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La via della bora - Quattro talismani vagabondi

Appoggiato a una libreria c'era una volta un bastone da montagna in legno di ciliegio. Era alto due metri e venti ed era munito di un puntale austriaco della Grande Guerra. Veniva dall'altopiano di Asiago ed era appartenuto a Gianni Rigoni Stern, figlio di Mario buonanima, lo scrittore delle stagioni e della montagna. Si annoiava; non era fatto per la polvere, ma per la pietra e la neve. Cercava compagnia, e una notte vide un tascapane di cuoio sistemato tra i libri, e gli rivolse la parola. Chiese: “Da dove vieni?”. Il tascapane rispose: “Da molto lontano, dalla Bosnia. Ero di un partigiano, che mi ha usato nelle marce della sua brigata contro l'invasore. Si chiamava Muharem Nuhefendic”.

Il sacco era pieno di comparti, aveva contenuto bossoli, taccuini, matite e registri, perché durante le guerra il meticoloso Muharem era stato incaricato della contabilità del suo plotone. Da una decina d'anni il vecchio era morto e da Sarajevo la giberna era emigrata in Italia, passando di mano in mano. Quando sentì questa storia, il bastone gli disse: “Compagno, io sono stufo di star fermo. Hai voglia di fare un viaggio con me?”. L'altro rispose: “Certamente! Qui mi spolverano e mi lustrano ogni giorno, forse non sono mai stato così pulito. Ma ora ho voglia di pioggia e di sole. Dai! Cerchiamo di scappare”.

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Fu allora che dal bracciale di un divano, dove era stato buttato la sera prima, un maglione di lana color miele intervenne dicendo: “Anch'io vengo da lontano: dalla Valtellina in Lombardia e sono stato di uno scrittore. Il suo nome era Antonio Cederna, un uomo severo e taciturno che spesso mi portava per le crode. Ora anche lui non c'è più. Così sono passato a suo figlio, e ora suo figlio mi ha donato all'inquilino di questa casa”. Il tascapane lo interruppe: “Evidentemente a costui piace camminare. E' assai strano che ci tenga qui dentro. Chissà, forse non sarà difficile convincerlo a portarci fuori”.

“Già – replicò il bastone – ma come facciamo a spiegarci? Lui non parla la nostra lingua”. Fu allora che una penna stilografica nera cerchiata d'oro parlò dal tavolo ingombro di mille cose: fogli, libri, bacche disseccate, una tazza bianca orlata di blu, un coltello serramanico, medicine, una teiera e altro ancora. La penna disse: “Sono appartenuta a uno scrittore montanaro, e so come si fa. Il suo nome è Mauro, che di cognome fa Corona. E' uno dai capelli selvaggi color ferro; vive in una casa sui monti in mezzo a libri e donne di legno scolpite dalle sue mani, e ha per compagna una stufa che ringhia come un facocero. Anche lui fino a ieri mi ha portato nel bosco e mi ha fatto dormire all'aperto”.

“Evviva!” esultarono gli altri, “potresti scrivergli una lettera!”. E così accadde. La penna scrisse sotto dettatura del bastone, del maglione e del tascapane. Trovare fogli non fu un problema, il tavolo ne era ingombro. “Scriverò come se fosse lui l'autore” annunciò l'astuta penna color dell'ebano. E iniziò: “Questa notte ho sentito il vento. Il vento mi ha chiamato e mi ha ordinato di prendere il bastone da montagna, il tascapane, il maglione e la penna, e di andare. E io andrò”. Alla fine i quattro congiurati tacquero e tornarono nei loro angoli ad aspettare l'alba.

Quando fu giorno l'uomo che dormiva nella stanza accanto si svegliò, mise un thè sul fuoco, accese la radio, spostò alcuni libri per dare spazio a una vecchia scodella scheggiata, poi si sedette fra le sue carte, come faceva sempre. Trovò la lettera e lesse. Rimase in silenzio, poi sorrise e capì. Non aspettò. Aprì un armadio, tirò fuori un sacco da montagna, ci mise il maglione e due mappe, calzò gli scarponi, afferrò il bastone, lo soppesò con soddisfazione, prese il tascapane e dopo averci messo dentro un quaderno, una bussola e un fischietto da vigile urbano per tener lontano i cani pericolosi, vi infilò la stilografica.

Prese tutto e aprì la porta, quindi scese le scale col lungo bastone senza paura di essere ridicolo. Aprì il portone e uscì dicendo tra sé: “Stavolta non sono solo. Oggi si viaggia in cinque”. Intanto la bora si era svegliata. Arava il mare e indicava la strada del monte. Per strada non c'era quasi nessuno.

Ecco: un'avventura può nascere anche così. Come nelle fiabe per bambini. Ed è con questa piccola storia che mi tocca da vicino – quei quattro oggetti esistono davvero - che voglio iniziare il racconto del nuovo viaggio a piedi che ho compiuto per i lettori de “il Piccolo” dopo quello dell'anno scorso fino a Capo Promontore. Tutto è iniziato da quattro oggetti vagabondi ingiustamente reclusi che una notte hanno progettato un'evasione e per farlo mi hanno spinto sulla “retta via”, un nuovo cammino di libertà, di nubi, di sole e di vento.

Ma dove andremo con quei talismani? Un anno fa avevo anticipato ai lettori il desiderio di cercarmi una strada verso la Ciceria, la selvaggia linea montuosa che va da Trieste a Fiume. Siccome le promesse si mantengono, era fatale che andassi da quella parte. Ma poiché la Ciceria è breve – l'avrei traversata in tre giorni – ci ho aggiunto il Monte Maggiore, un pezzo di coste liburniche e l'isola di Cherso fino alla cittadina dallo stesso nome.

E' una storia diversa da quella dell'anno scorso. Non più dolcezza di vigne e uliveti, ma terre pastorali scorticate dal vento. Un percorso più breve - centoventi chilometri circa - ma più montagnoso, con pochi i punti d'appoggio, una presenza umana quasi inesistente e scarsissima acqua. Strada severa e grandiosa, con vista capace di spaziare dal Quarnero al Golfo di Trieste, talvolta dalle Alpi fino a Lussino. Dalla Sbevnica al Monte Aquila – Orlek – in certe giornate sono visibili i Colli Euganei e la ciminiera dell'Enel di Porto Tolle, sul Delta del Po.

Così come il viaggio del 2011, cercando il Sud con l'esattezza di un filo a piombo, segnava uno sposalizio col Mediterraneo, la traversata di quest'anno su Cherso mi ha imbarcato in un mondo parallelo assai meno familiare, incontaminato e poco cartografato nonostante la sua vicinanza: l'inquieta dorsale dinarica che galoppa da Redipuglia al Peloponneso, lungo l'Erzegovina e l'Epiro. Persino a Cherso, a poche centinaia di metri dal mare, seguendo nella nebbia la dorsale dell'isola dei grifoni, ho provato una solitudine da cordigliera.