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La via della bora - sesta tappa - da Caisole a Cherso - L'ultima corsa col temporale

E venne l'ultima giornata, cupa, di cielo bigio e nubi sinistre sul dorso del monte. Cercai i grifoni, ma l'aria era così ferma che sui faraglioni della costa d'Oriente non c'era un rapace che fosse uno. Niente correnti ascensionali. In compenso oltremare, sui monti di Buccari, Baba Yaga stava già girando il suo mestolo in un pentolone di nembi, annunciando piogge forti in giornata. Dovevo fare molto in fretta e così puntai dritto sulla cresta dell'isola verso la cima del Sis, alto come il cassero di un galeone tra i due mari. Da quelle parti non è facile trovare una strada diversa dall'asfalto, tanto selvaggio è l'ambiente e tanto stretta è l'isola. Ma in compenso sulla cresta il terreno è aperto e non inganna, per via della bora furiosa che vi soffia per cento giorni l'anno e impedisce la crescita di alberi.

Verso i 500 metri entrai in una bolla di silenzio e umidità. Ero solo, per la prima volta, e l'aria era così immobile che potei udire il ronzio di vespai lontani. Poco sotto la cima passai il confine delle nubi e spaventai colombi selvatici. Vidi tracce di cinghiali e escrementi di capra. L'odore di salvia e santoreggio era più forte del solito e il terreno rotto da pietre acuminate. Il bravo Giacomo Scotti, a Fiume, mi aveva narrato che da quelle parti, sopra il bosco di Tramontana, vivevano gnomi chiamati “Masmalici”, spiriti della terra custodi di tesori e miniere. Ma quel giorno il terreno pareva piuttosto abitato da streghe, quelle che sotto Pasqua la gente di Cherso era usa tener lontano con rumor di catenacci, serrature e calderoni.

Dalla cima, la bisettrice dell'isola si svelò tra le nebbie, affilata come un coltello verso il punto più stretto fra le due coste. Scesi alla sella, dove di solito il vento soffia così forte che s'è dovuto proteggere la strada statale con una muraglia in cemento sul lato di bora. Per gli umani, in quel punto, l'unico riparo è un chiosco in cemento per le corriere. Ma le corriere dovevano essere ben poche, se i tassisti di Cherso avevano pensato bene di appiccicarci i loro numeri di telefono. Ero passato spesso col sole da quel collo d'oca, senza accorgermi di quanto fosse desolato, minerale e terribile. Sui due lati, in fondo a una scarpata di quasi cinquecento metri, il mare sollevava frangenti, sparando cannonate che era impossibile sentire a causa della distanza.

LaViaDellaBora06Temporale

Continuai, evitando l'asfalto, su terreno da capre fino a Predošcica, luogo che l'Altissimo non poteva mettere in posizione più infelice. Tra le sue case protette da trincee di pietra non si ferma mai nulla, né il vento, né gli uomini, né le automobili che incessantemente vanno e vengono tra Lussino e Porozina. Lo attraversai senza incontrare anima viva, poi ripresi la linea di cresta che ora continuava sulla destra dello stradone verso un montarozzo di nome Jasenovac. Il cielo si faceva sempre più nero, e il mio passo più frenetico. Da lì avrei dovuto scendere sulla costa occidentale fino alla chiesetta di San Biagio, ma non trovai traccia di sentiero e dopo essermi perso nella macchia finii per ritrovarmi dalla parte opposta, nuovamente sulla statale, all'altezza di una frazione chiamata Vodice. Imboccai un pista da capre che mi riportò nella macchia, finché la città di Cherso apparve davanti alla baia di Valun. Fu proprio in quell'attimo che sentii un'ombra sopra di me. Era lui, il grifone! Mi studiava ad ali ferme, forse più grosso di un'aquila. Fece due-tre giri lentissimi, poi fu risucchiato dalle nubi, e io rimasi lì inchiodato alla schiena dell'isola, a frugare con gli occhi nel cielo, aggrappato a un bastone ferrato come un parafulmine. Ora tuonava forte, tra me e Cherso c'erano solo sette chilometri e così consumai il mio tradimento. Mollai le pietre per l'asfalto e presi il passo lungo per arrivare più in fretta. Giurai a me stesso che avrei rifatto quel pezzo di strada con un tempo migliore, per consegnare ai lettori un itinerario diverso, ben mappato e più lineare, ma allora non mi importava altro che mettermi al riparo.

Attorno al mandracchio del paese, i pescatori scesi per rinforzare gli ormeggi certamente videro un forestiero passare veloce come il vento, con un bastone appuntito e una mantellina nera da pioggia strattonata dalla bora. Un minuto dopo quell'ombra fece appena in tempo a entrare nella pensione “Muskardin”, che si scatenò il temporale. Le strade divennero torrenti di acqua rossiccia e in pochi minuti cominciò a grandinare sul tendone della veranda del ristorante. Pensai che a Cherso non pioveva da mesi e in fondo era bello concludere un viaggio in sincronia con il compiersi di un'attesa. Era un sigillo perfetto. Ma mi accorsi anche di essere sudato fradicio, così buttai sul letto il tascapane di Muharem Nuhefendic e il maglione di Antonio Cederna, sistemai sul comò il mio diario di viaggio e la stilografica di Mauro Corona e mi regalai una doccia calda mentre la bora, calatasi dal Velebit, tentava di scardinare i serramenti.

Quando scesi per cena, seppi che il catamarano per Fiume si era guastato in mare aperto due giorni prima e, tanto più con quel tempo da lupi, era improbabile che passasse l'indomani. L'unica alternativa era una corriera alle sei del mattino, perché quella delle undici non avrebbe fratto in tempo ad arrivare a Fiume per l'ultima partenza verso Trieste. E siccome l'idea di alzarmi prima dell'alba non mi passava per l'anticamera del cervello, pensai che dovevo farmene una ragione e non era poi così male restare prigioniero dell'isola. L'unica ombra riguardava Trieste: era umiliante assistere al suo isolamento rispetto al suo stesso mare. In fondo, ero già a casa, e attorno a me c'era quella che l'amico Livio Dorigo da Pola usa chiamare “gente nostra”. I fratelli Sanja e Sanjin Muskardin mi servirono devotamente calamari alla griglia con “blitve” e patate, versarono l'immancabile malvasia, e quella notte, non avendo nulla da leggere, mi accorsi che la mia attenzione si concentrava sull'ascolto. Sentivo tutto come in un concerto grosso: i tamburi dei teloni della veranda bastonati dalle raffiche, i fiati della bora, i tromboni del mare che percuoteva le scogliere davanti alle case di Melin. Finii il mio viaggio dormendo come un sasso, senza accorgermi che un'unghia di Luna già prometteva sereno tramontando verso Promontore.