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La via della bora - quinta tappa - da Brsec a Beli - Sul traghetto con l'Alpenstock

Il capoccione da testuggine di Cherso ci aspettava, immobile nella bruma. Era quella la meta. Eppure all'inizio avevo deciso di andare altrove: sul Gorski Kotar, dove terminano le Alpi e inizia la dorsale dinarica. L'itinerario era già stato messo a punto: avrei deviato a Est dalle parti del Veliki Planik. Ma poi, proprio dal Kotar, vennero notizie di orsi aggressivi avvistati da gitanti e cacciatori, e finii per scegliere la prudenza. Non fu un male: Cherso era un ottimo punto d'arrivo e la giusta continuazione del Monte Maggiore. Dalla Rosandra al Quarnero avrei attraversato le stesse lande pietrose, le stesse terre disabitate e segnate da duri inverni.

E così, come Dio volle, partimmo da Brseč, mentre due pescatori spartivano tra la gente ceste di sgombri e calamari vivi sotto i tigli. Subito vedemmo che il sentiero verso Brestova a picco sulla costa liburnica non era facilmente individuabile, così tagliammo su asfalto per lasciare a una successiva esplorazione la mappatura di quel tratto impervio. In fondo a un canalone, poco a Nord dell'imbarcadero, facemmo in tempo a individuare una spiaggia solitaria e a tagliare in quota fino al molo del traghetto. La barca vibrava, pronta a salpare, e io ne varcai il pontone con passo solenne, strappando con l'Alpenstock un coro di consensi da un plotone di ciclisti berlinesi. Mosè, pensai, non aveva racchette di carbonio.

Durante la traversata Cesare Tarabocchia da Lussino raccontò una storia stupefacente. Disse che nel 1918, col passaggio di Trieste all'Italia, il punto zero trigonometrico agganciato al livello del mare non fu più calcolato sull'Adriatico settentrionale, ma sul Tirreno, con punto di riferimento Genova. E poiché il mare d'Occidente era mediamente più basso di quaranta centimetri rispetto a quello d'Oriente, il livello reale del mare a Trieste risultò quasi sempre superiore a quello virtuale impostoci dai tirrenici, il che falsò dalle nostre parti le misure altimetriche calcolate su quello zero d'importazione. C'erano sempre quaranta centimetri in meno.

Gli italiani ignoravano che tutto il reticolo delle altimetrie austro-ungariche era stato costruito proprio a partire dallo zero triestino, e per la precisione sul livello del mare nel canale di Ponterosso, misurato dai geografi imperiali. Non sapevano che l'altezza dei monti transilvani e della Slovacchia, dei campanili dell'Ungheria e del Tirolo, delle colline di Moravia e delle isole dalmate, tutto dipendeva dal mare di Trieste, primo porto dell'impero. Ma anche dopo il 1918 le nazioni nate dalla dissoluzione dell'Austria-Ungheria conservarono le trigonometrie imperiali. Tutte, salvo l'Italia alla frontiera dell'est. Col risultato che oggi, dal Lago di Costanza ai Carpazi, le altimetrie di mezza Europa sono calcolate su una città che per una beffa del destino non può misurare in modo veritiero nemmeno se stessa.

Appoggiato alla murata del traghetto, pensai che ancora oggi quei centimetri verticali misurano la cancellazione di un grande ruolo europeo, meglio dei chilometri fra Trieste e Roma, e persino meglio degli orari Trenitalia. Riflettei che a Trieste – a differenza di Lussino - non esiste un museo della marineria degno di questo nome per il semplice motivo che esso magnificherebbe un passato austriaco. E conclusi che è difficile avere un futuro, se il presente si fonda su tali rimozioni. Pensai tutto questo sulla rotta di Porozina, mentre il sole puntava allo zenith. Sui traghetti c'è chi viene e c'è chi va, e la mente – sospesa tra questi due destini - macina strade vagabonde e travolge le barriere del tempo.

Salimmo nella boscaglia verso il Mali Vrh per tagliare su Caìsole (Beli) seguendo un sentiero marcato di bianco-rosso o giallo-senape. Sentivamo l'orografia come lo stetoscopio di un medico sulla pancia di un paziente, e procedemmo senza sbagliare verso le lande pietrose che precedono il bosco di Tramontana. Viaggiare in due o da soli è molto più sicuro che essere in tanti. Non si rischia quello che Cesare chiama “Effetto lemming”, rifacendosi ai roditori del Grande Nord che si spostano a migliaia verso direzioni talvolta suicide. Significa che un gruppo di gitanti sbaglia più facilmente di un viandante solitario, perché nel gruppo tutti tendono a fidarsi degli altri e stare meno all'erta.

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Sulle pietraie assolate della dorsale ringraziammo San Gaudenzio per aver risparmiato all'isola il flagello delle vipere, poi due cervi e alcune robuste querce capitozzate annunciarono il bosco, che ci inghiottì in un ombrello di frescura. Il terreno era disseminato di palline di capra, escrementi che robusti coleotteri in smagliante livrea verde-blu trasportavano nelle loro tane. Ci fermammo tra le greggi per consumare un panino su un muretto a secco, e anche lì gli instancabili insetti stercorari giunsero a raccogliere gli avanzi. Fu allora che Cesare ed io ci separammo. Lui doveva rientrare a Trieste in giornata e ridiscendere velocemente a Porozina; io avrei continuato in solitaria verso Caìsole, dove mi aspettavano un letto e una cena. Discesi sul versante orientale dell'isola, oltrepassai la vecchia pensione “Tramuntana” e un centro ecologico con un'inquietante, enorme voliera di grifoni malati in convalescenza, poi scesi a una spiaggetta nascosta sotto il paese, raggiungibile solo a piedi attraverso uliveti a terrazza. L'acqua era trasparente come vetro ed ero perfettamente solo. Nuotai al largo, ben distante dalle barche per turisti, “menalùgheri” alla fonda davanti a un'altra spiaggia, affollatissima, sulla verticale del paese. E fu magnifico sentire i muscoli distendersi dopo cento chilometri di terraferma. Tuffarsi è come buttar via la biancheria sporca. E' un battesimo che risciacqua non solo il corpo ma l'anima. Risalii al paese in cerca di una locanda prenotata, entrai sotto il pergolato di una “Gostionica” dove un cameriere dai capelli candidi era intento a leggere il giornale, e gli chiesi se conosceva dove stava Ferruccio Hrzic. “Mi son quel”, rispose, e mi portò una birra, che bevvi ascoltando litanie di pie donne portate dal vento da una chiesa vicina. Eravamo in tre: il cameriere che leggeva, il cuoco che fumava, e il sottoscritto che beveva. Centellinavamo devotamente il nostro ozio, aspettando la Luna.