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La via della bora - quarta tappa - da Poklon a Brsec - Un interminabile atterraggio

Cesare Tarabocchia non è solo un cartografo. Egli è, in tutto e per tutto, la carta geografica dei luoghi che attraversa. Aderisce ai movimenti del terreno come la famosa mappa che secoli fa i cartografi cinesi disegnarono in grandezza naturale su tutto lo spazio del celeste impero, finendo per ricoprirlo al millimetro, come una grande nevicata senza vento. Cesare ragiona e vive in termini di isoipse, latitudine e longitudine, e fedelmente registra e archivia ciò che vede, come la memoria di un Gps. Della nostra terra di confine possiede più mappe di un archivio dei servizi segreti e da tali mappe trae una sintesi elettronica di chiarezza esemplare. L'unico problema, per chi viaggia con lui, è il rischio di non perdersi mai. E perdersi, a ben pensare, è il lusso ultimo di un viaggiatore leggero.

E fu così che la mattina del quarto giorno, con le isole del Quarnero già in vista in un tavolato di luce, che il nostro Tarabocchia da Lussinpiccolo, eccitato come un cane da punta, mi raggiunse alla pensione “Ucka” alle falde del Montemaggiore, per guidarmi nella traversata del massiccio in direzione dell'imbarcadero per Cherso. Tutta la banda del giorno prima se n'era andata la sera prima: via Paolo, via Luigi, via Irene e via anche Lola, la pastora bernese più “cocola” del Pianeta. Eravamo in due, il tempo era magnifico, un “borin” leggero scendeva da Est-Nord-Est, e ci fu persino una cinciallegra beneaugurante che tenne un concerto sul sentiero.

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Fummo rapidamente in cima – quota 1400 - per un sentiero a zig-zag in mezzo a grandi faggi, con a sinistra lo specchio ustorio del Quarnero che accendeva di oro fuso il tappeto di foglie sul pendio. Non è facile essere soli lassù: la sommità del monte è coperta da un gigantesco ripetitore bianco come una fatamorgana, cui segue sulla cresta un sistema di trampolini da deltaplano e un chiosco per turisti in pietra a forma di nurago. Sulla torre, una scatola in metallo cementata sulla roccia contiene il timbro e, sul fondo, l'inchiostro per certificare l'avvenuta salita. Ma, subito oltre, la balconata nuda si apre senza ostacoli al vento, come i tetti di Mosca durante il volo immortale descritto da Bulgakov ne “Il maestro e Margherita”.

Da lì al mare fu solo discesa, un interminabile atterraggio. Il primo ripido tratto, fino all'imbocco della discesa su Laurana, ci accompagnarono quattro simpatiche monfalconesi, poi fummo nuovamente soli. Tagliammo sotto il Suhi Vrh, scendemmo a precipizio su Mala Ucka - un paesotto abbandonato fino a ieri e oggi in fase di ripopolamento -, zigzagammo per terreni scorticati costeggiando muretti in pietra o seguendo strade da capre fino a un pascolo detto Senozetice. Seguì sella Bodaj, ai piedi di un colle detto Brgud, dove per la prima volta sentimmo vento di mare. Fu lì che, durante una sosta, Cesare svelò le sue doti narrative raccontandomi di quando anni prima, dalle parti di Umago, trovò con suo padre una morta nel bosco.

“Sembrava dormisse, stava seduta sul bordo di un sentiero con la testa sulle ginocchia. Cercammo di svegliarla, ma vedemmo che le uscivano vermi dal naso. Uno di noi corse al paese più vicino a dare l'allarme. 'Bravi', risponde il primo indigeno, “avete trovato la Dinka!”. Subito venne disposta una barella per il ricupero del corpo e noi fummo festeggiati. Ci venne dato prosciutto, formaggio, vino e grappa”. Insomma, nel paese si fece festa perché la Dinka era stata ritrovata. Tutti sapevano perché era sparita. Come i suoi antenati, quando si era sentita mancare aveva preso la strada del bosco, poi si era semplicemente addormentata, diventando bosco. Il funerale fu immediato, senza polizia, magistratura, autopsia o certificati. Bastò il prete.

Scendemmo per strade complicate, il mio bastone da montagna – grattando col ferro sul calcare – sprigionò zolfo e scintille, il tascapane di Muharem fu aperto mille volte per estrarne le mappe, poi tra i boschi finimmo a Rubinici e Rosici, due frazioni di pergolati alti e solitari sul mare nella luce miele della sera. Da lì traversammo fino a una chiesetta bianca di nome Sveti Jelena, dove capimmo che per noi sarebbe stato meglio traversare più alti al fine di evitare l'asfalto. Ora dovevamo dividere il nostro cammino con gli automobilisti: ma poco importava, il mare era vicino, la birra pure, e la strada era comunque sia vuota.

“Koliko kilometara do prve pive?”, quanti chilometri per la prima birra, chiesi a un contadino, usando la stessa frase passepartout che sulla Trieste-Promontore mi aveva aperto molte porte. Quello rise e mostrò il Sud. Passò il bus “32 A”, comparve la scritta “Zimmer frei”, traversammo sotto il paese di Martina, poi vedemmo il campanile di Bersezio (Brseč) oltre la statale Fiume-Pola. Eravamo arrivati, e “Da Mario” trovammo due stanze, per scoprire che dieci anni prima in quello stesso luogo aveva dormito una giornalista italiana di nome Oriana Fallaci. Calò il sole, si spensero le ultime cicale, e in una locanda una gattina tricolore mendicò con successo dai due italiani formaggio di Pago e teste di riboni.

Piuttosto ciucco, me ne andai a spasso da solo nel paese, alto sulla costa liburnica come i villaggi del ferocissimo Mani nel Peloponneso, e lì, sotto un tiglio grande come un platano di Olimpia, mi sedetti tra vecchi e bambini liberi a chiedermi che senso avesse cercare la Grecia quando avevo cose simili sotto casa. Nell'ultimissima luce, gli alberi invasi dai passeri erano in preda a ondate di agitazione collettiva, come condomini in fregola. “I se patuffa sempre prima de dormir”, mi aveva spiegato prima di morire l'amico Virgilio, che sapeva parlare agli uccelli. Pochi turisti: qualche ungherese e una decina di austriaci settembrini bastarono a ricostruire il clima dell'impero perduto e a farmi sentire, per un attimo, perfettamente felice.

Mi accorsi che non facevo che bere, che dovevo rabboccare i livelli, che il mio corpo chiedeva acqua e ancora acqua dopo tanto sole e vento. Nel paese mi persi in un labirinto di terrazze, androne, scalette, arcate e sottopassi; vidi una barca da pesca sbucare da un cortile; sentii cori mariani uscire da una sacrestia; infine udii col primo freddo lo scricchiolio delle stelle oltre il concerto degli ultimi grilli.