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La via della bora - terza tappa - da Racja Vas a Poklon - Dove si spalanca il Quarnero

E alfin giungemmo al rifugio con le prime stelle, già carburati dalla grappa augurale di Tomislav. Lo trovammo a naso, perché in attesa del nostro arrivo “òmbolo” e patate erano già stati messi a rosolare nella cucina di Edi Cerin, solitario gestore del piccolo agritur dirimpetto alla chiesa di Račja Vas. Sul tavolo accanto al caminetto ci aspettavano Malvasia e crostoni caldi con zaseka, una pasta di salame perfetta per gli affamati. Lola, il pastore bernese, ebbe la sua razione e la sua cuccia, gli scarponi furono allineati fuori dalla porta, e i vecchi talismani vagabondi – tascapane, giberna, maglione e stilografica – risentirono il brivido dei giorni grandi. Cantammo “Val più un bicer de Dalmato”, alzammo i calici, poi dal buio sbucarono i fari di Irene, l'ultima arrivata, ansiosa di affacciarsi l'indomani sul Quarnero.

Su un grande tavolo sotto la pergola si erano intanto radunati una decina di cacciatori, intenti a discutere di un'imminente battuta al cervo. Giganteschi “cici” sui sessanta, tutti in mimetica, e tutti sospettosi come lontre della nostra intrusione. Erano loro i padroni incontrastati del luogo, loro a scriverne le leggi non scritte. Feci un rapido conto: se in tutta la Ciceria erano rimasti 400 abitanti, ciascuno di quei cacciatori rappresentava un villaggio o un clan. E se negli ultimi cinquant'anni gli animali selvatici in quella terra spopolata si erano moltiplicati per dieci, essi potevano esercitare il monopolio su una quantità di prede che poche altre zone d'Europa poteva vantare. Un vantaggio che erano pronti a difendere anche con le cattive.

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In cima a una scala acrobatica trovammo uno stanzone di quelli di una volta, con cinque letti e una montagna di coperte. La nostra casetta era un lumino nella notte nera come l'osteria del Gambero Rosso nel viaggio di Pinocchio, e a noi parve d'essere in Boemia o Bielorussia. Questo moltiplicò l'euforia, finché l'euforia divenne riso, e il riso divenne un attacco esilarante ai limiti dell'apnea. Ridevamo col singhiozzo, col fischio e in falsetto, paonazzi e in lacrime in mezzo a zaini, mutande e calzini. Era tanto che non stavamo in una camerata a condividere un po' di gioia. Lola era trenta chili di felicità, ronfava nella corte interna, con la ciotola accanto.

L'indomani su una lunga salita a mezza costa alla base del Monte Aquila trovammo Mario, un altro gigantesco cicio, ovviamente cacciatore, che ci disse che quella strada l'aveva fatta Mussolini, e difatti era ancora bella solida. Poi ci porse il binocolo e ci disse di guardare bene in un punto. C'era una ciminiera, lontanissima, oltremare. La centrale termica di Porto Tolle, alla foce del Po. Ci disse anche che eravamo sulla strada dei clandestini, che lì transitavano i passeur con fuggiaschi dall'Afghanistan o dall'Iraq. I boschi portavano i segni del passaggio: vestiti, scarpe, camicie strappate. In un'ora incrociammo solo una Niva verde scassata senza targa. Non un'anima nei boschi. Camminare in Ciceria significa essere lontani da tutto.

La nostra meta intermedia era il rifugio Korita del Club Alpino di Pola, e per raggiungerlo ci venne l'idea di viaggiare in cresta, lungo un sentiero di sassi talmente acuminati (chiamato “la strada di Boris”, Borisov put) che Paolo dovette caricarsi sulle spalle Lola col suo basto di tre chili. Ma alla fine giungemmo su uno spuntone dalla vista immensa. C'era tutto, dal Monte Maggiore al bacino dell'alto Quieto, dalle alture di Albona al Veliki Planik. Sotto, si sentivano rumori di festa. Erano i polesani, che si erano costruiti il rifugio con “pala e picòn”, e ora se lo godevano e con polenta e funghi, vin rosso e chitarra. La capanna in legno con 24 letti e stufa in maiolica era davvero ben fatta, e il nostro arrivo fu salutato con grappa di mirtillo e “Medica” (leggi Medìza), un eccellente liquore di miele che ci fece scivolare in un dolcissimo sballo.

Bepi Franjul rivendicò la sua istrianità sul muso delle nazioni. Disse: “Mio nono ga giurà a Franz Josef. Mio pare a Vitorio Emanuele. Mi a Tito e mio fio a Franjo Tudjman. Ma noi no se gavemo mai spostà de l'Istria”. Con questa benedizione ripartimmo allegri e incerti sulle gambe, seguimmo con apprensione una lunga discesa che ci condannava a un'inevitabile salita, ci addentrammo in un bosco incantato di faggi secolari e massi muschiati da “Spada nella roccia”, poi come in sogno vedemmo sbadigliare doline che ci parvero l'anticamera dell'Aldilà.

Per sveltire l'andatura, Luigi diede il tempo con la voce, disse che il verso degli antichi era diviso in piedi, narrò degli antichi spartani che marciavano seguendo la metrica dei poeti, e disse che a seconda delle situazioni essi sceglievano il dattilo, lo spondeo, il giambo o il trocheo. Ma in battaglia il preferito dalle falangi era il martellante anapesto - due brevi e una lunga, due brevi e una lunga - lo stesso delle “Odi Barbare” del Carducci, ripreso in “Lavorare stanca” da Pavese. Ascoltavamo affascinati, e l'andatura ne ebbe giovamento.

Tenemmo il Veliki Planik sulla nostra sinistra, seguimmo sassose praterie popolate da greggi, quindi arrivammo senza accorgercene alla vecchia strada Pinguente-Fiume, a pochi metri dal valico, da dove il Quarnero si spalancò ai nostri piedi togliendoci il fiato in un trionfo di luce. Era un po' come affacciarsi su Trieste dall'altopiano di San Servolo o dall'Obelisco, solo che qui eravamo molto più alti. La mappa segnava quota novecento e la vista sulle isole era assai più ampia. Veglia, Cherso, Lussino, Goli Otok, Arbe, Pago. Persino Unie era visibile nella luce radente. Sulla sinistra, Fiume era bagnata di una luce già greca, con le scie dei traghetti sul tavolato blu-grigio arato dal vento.

In quel nostro selvaggio affacciarci sulle terre del sole da un mondo di cupe foreste c'era tutta la storia del Mediterraneo. Sulla nostra sinistra, il manto di nubi che indugiava sul Gorski Kotar, rendeva quel contrasto ancora più drammatico. Il retroterra di Fiume era condannato a una galera climatica: neve, nebbia, vento bestiale orsi e boschi impenetrabili. La sera, cenando alla pensione “Ucka” a Poklon, pensammo all'invidia dei pastori-guerrieri verso le terre della vite e dell'ulivo e forse capimmo un po' meglio la millenaria turbolenza di quei luoghi.