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La via della bora - seconda tappa - da Podgorje a Racja Vas - Quella fantastica rosa dei venti

Il secondo giorno salimmo e il mare riapparve. Bastò una cinquantina di metri perché il suo lampo turchino ci indicasse la distanza da casa. Salivamo in silenzio verso la Grande Dorsale in mezzo a tracce di cinghiale, escrementi di lupo e un pesante corno di cervo che si aggiunse agli altri talismani. La pattuglia era cambiata. Sara, Cesare, Fulvio e Nino erano tornati a casa, e di buon'ora erano giunti Luigi Nacci, Paolo Tanze e la sua Lola, pastore bernese felice di esistere, con in groppa una sacca per l'acqua e un'altra per i croccantini.

Sul Kojnik iniziò il terreno aperto che avremmo seguito fino alla Zbevnica, bastione di mille metri nel cuore dell'Istria. Subito il mare si fece vedere anche a Sudovest, verso Parenzo. Da bravo pastore, Lola ci seguiva attenta e si inquietava quando qualcuno restava indietro. Per istinto canino, ci avvertì Paolo, aveva anche un'altra paura: gli uomini in divisa. Ma noi confidavamo nella sorte. Chi avrebbe avuto voglia di salire fin lì dal posto di frontiera per intercettare dei gitanti? Chi poteva sospettare di una pattuglia così sfacciatamente visibile, in cammino nella direzione opposta a quella dei clandestini?

Luigi evocò una bella doganiera croata dai capelli rossi incontrata giorni prima tra Podgorje e Jelovice, e per un attimo sognò di essere fermato. Ma poi fu chiaro a tutti che lassù, alla faccia di Schengen, era in vigore un patto silenzioso fra gitanti e polizia. Tanto più di sabato e domenica, quando persino i pignoli militi sloveni si scomodano malvolentieri per le restrizioni sugli straordinari. In quella solitudine, due caprioli colti di sorpresa (eravamo controvento) balzarono dall'erba alta e ci tagliarono la strada con lunghissimi salti da antilope. Ha il pelo lungo la Ciceria, come la savana. E su quel lussuoso tappeto ci fermammo a far merenda - pane, soppressa, malvasia e mandorle di Ostuni – godendoci la vista sul Quieto e l'Adriatico.

Ma dove diavolo era il confine? Nessun cartello, nulla. Ci sarà magari stato, un tempo, ma lì alla violenza della bora non resiste nulla. Soffia anche a duecento orari prima di planare su Trieste. Camminammo a lungo su questa terra di nessuno scorticata dal vento e ci disperdemmo sul sentiero provocando i disperati guaiti di Lola. Croazia? Slovenia? La terra stepposa era sempre la stessa e sbugiardava le demarcazioni nazionali. La Ciceria, dicono i geografi, va da Opicina al Montemaggiore e le sue brughiere nascondono cippi di confine dell'Austria-Ungheria e della Repubblica di Venezia, dell'Italia e del Gma, della Slovenia, della Croazia e della vecchia Jugo. In mezzo a tante frontiere travolte dalla storia, la Ciceria restava lì, unico e autentico spartiacque di civiltà, tra mondo mediterraneo e Danubio.

Stavamo seguendo una fascia pastorale lunga come mezza Europa, che oltre Fiume proseguiva fino all'Epiro e per secoli era stata linea di sopravvivenza per le popolazioni in fuga dalle invasioni di mare o di terra. Quella muraglia inospitale era conosciuta ai popoli slavi col nome di “Zbeg”, che vuol dire nascondiglio, spazio di arroccamento delle pedine assediate sulla scacchiera. Sentivamo odore forte d'Oriente. Ci benedicevano santi slavi e bizantini: Elia e Sava, dai nomi delle chiesette che avevamo incontrato prima abbandonando l'Italia e poi partendo dalla piccola Podgorje in Slovenia.

Solo alle falde della Zbevnica capimmo di avere sconfinato impunemente. Salimmo controvento e dalla cima si spalancò una vista illimitata. Capodistria, Salvore, Cittanova e le foci del Quieto, il bastione di Montona, l'ultimo tavolato istriano verso Dignano, Pola e Promontore. La punta del Sis sull'isola di Cherso, l'Ossero sopra Neresine, la massa scura del Monte Maggiore, il Gorski Kotar, il Nevoso, l'Auremiano e il Taiano. Una rosa dei venti perfetta, con il mare su tre lati del quadrante. In basso, verso Sud, un enorme impianto di allevamento di ovini chiuso per fallimento: una porcheria messa su per succhiar soldi allo stato. Un segnale, anche, dell'abortita sedentarizzazione di un popolo pastorale.

Alle falde del monte una folla di gitanti assediava lo spartano rifugio del Club alpino di Umago. Era un pic-nic stile Italia anni Cinquanta, con panini, birre tiepide e carte da briscola. Lola fece strage di cuori, mendicò il suo obolo di cibo e si rotolò con me sulle foglie secche, sbavando il maglione di Antonio Cederna. Il tascapane fece furori, e dovetti raccontarne la storia partigiana. Bevemmo forse troppa birra “Favorit”, e sotto un tiglio pieno di coccinelle ci prese una certa sonnolenza. Stavamo bene, lontano dal nostro mondo griffato, in mezzo a quell'allegria informale e mistilingue.

LaViaDellaBora02Lola

Ma il bello avvenne qualche chilometro dopo, a Račja Vas, dove avevamo prenotato da dormire. In fondo allo stradone, prima della nostra locanda, ci tese un agguato la casa di Tomislav Akelic che, con la sua mansarda a dodici letti, un rifornimento illimitato di birra, una cucina compiacente e una reception a forma di botte, sembrava fatta apposta per acchiappare gitanti. Sappiate che Tommy vive in mimetica, e passa l'estate sotto una pergola fatta di teli militari, in mezzo a giganteschi ex compagni d'arme e cimeli di guerra, tra cui un busto di donna in giubbotto antiproiettile.

Lo beccammo mentre litigava con gli amici sul modo di fare la grappa (di frodo), ma egualmente ci accolse a suo modo, stappando una bottiglia.

Disse: “Meno male che non siete mangiamosche”. Noi: “Mangiamosche?” “Ma sì, i ciclisti. Non si fermano a mangiare, non comprano niente e non vedono niente”. “Non come noi insomma”, dicemmo, addentando salato prosciutto istriano. “Avrete visto che siccità?” chiese ancora Tommy. “Certo. Annata tremenda. Carpini morti. More, mirtilli e rose canine a secco”. Lui: “Ho visto animali pazzi di sete arrivare barcollando fino al paese. Bisognerebbe fermare la caccia”.

Scese la sera, altri tappi di birra saltarono, e quando Tomislav scoprì di essere più vecchio di me di un solo giorno, uscì anche la grappa di pere e l'intimità con le mimetiche rischiò di passare il limite di guardia. Cantammo, si accesero i lampioni, uscirono i pipistrelli e la campagna si immerse nel silenzio più totale. Ed era soltanto il preludio di una cena memorabile.