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La via della bora - prima tappa - da Trieste a Podgorje - In una solitudine tartarica

E fu così che il bastone, il tascapane, il pullover e la penna vagabonda partirono un bel mattino addosso a chi vi scrive. Partirono felici verso Sudest, la linea maestra dei Balcani e dell'Adriatico, in direzione di quel selvaggio mondo fuoriporta che ha nome Ciceria.

Facile per loro, pensai varcando la porta di casa. Io non mi sentivo affatto pimpante e già all'appuntamento davanti alla stazione con i compagni della prima giornata mi sembrò di avere tutto contro. L'inventario delle magagne era sconfortante. A quelle vecchie, se n'erano aggiunte di nuove e impreviste: ruggine nelle ginocchia, segnali di artrosi ai polsi, accenni di gastrite. Nel sacco, la busta delle medicine prendeva troppo spazio.

Ma era la città stessa che mi invischiava come una piovra. Cominciavamo col piede sbagliato: uno sciopero dei bus, ingorghi di traffico, aria di pioggia, piccoli malintesi con i compagni. Solo dopo due ore, con non pochi problemi, ce la facemmo a evadere fino alla frazione di Sant'Elia, per imboccare la ciclabile dell'ex ferrovia di Erpelle e costeggiare la Rosandra sul lato sloveno. Raggiungibile a piedi dalla città con mille varianti che lascio alla scelta dei lettori di buona gamba, la piccola Sant'Elia era il mio trampolino per sconfinare.

Misurata da quel punto la Slovenia è il regno di Lilliput. La sua larghezza è di dodici chilometri e 188 metri, rilevamento satellitare doc. I centimetri non li so, ma va da sé che un buon camminatore può attraversarla in tre ore. Dodici chilometri e 188 metri in linea d'aria fino alla frontiera di Podgorje, dove finisce l'area di Schengen e comincia la Croazia. Il nostro viaggio ha preso quella scorciatoia per entrare nella landa dei Cici, i pastori-carbonai che per secoli hanno alimentato Trieste di carne, latte e combustibile. Un tempo vi pascolavano 250 mila pecore. Oggi è quasi deserta, un sentiero di clandestini che noi imboccavamo al contrario.

Nulla ci svelò l'ingresso in Slovenia. Nulla tranne le api. Gli alveari multicolori dei nostri vicini apparvero dopo una strettoia rocciosa a certificare la prima mutazione culturale sul percorso. Impossibile sbagliare: le arnie montate su camion o rimorchi sono introvabili in Italia. Già godevamo del triestinissimo privilegio di cambiar mondo in pochi chilometri. Oltre l'autostrada Lubiana-Capodistria era visibile la sequenza di alture piallate dalle intemperie che portano al Montemaggiore. Poco in là, nubi nere indugiavano sul Taiano (Slavnik), ma non ci facemmo caso. Avevamo tagliato i ponti, eravamo liberi.

L'andare era buono, il puntale del bastone affondava nell'erba, e un po' tutti sentivamo l'impazienza di affacciarci sul Quarnero.

All'altezza del bivio per Nazirec scendemmo nel fondovalle in mezzo a radure coperte di crochi, poi risalimmo il greto a secco del Rosandra fino a due piccoli spalti rocciosi lisciati dall'acqua. Era il punto-chiave per arrivare a Klanec, snodo della traversata. Risalimmo nella boscaglia lungo un impluvio coperto di foglie secche, e il mondo cambiò di nuovo. Il calcare finì e iniziò l'arenaria. La strada era segnata da muretti muschiosi abbandonati. In paese facemmo sosta alla locanda “Pri Jerneju” e ci dicemmo, carte alla mano, che il Carso è la più formidabile smentita della bugia nazionalista secondo la quale lo spartiacque è confine. Da queste parti le genti e l'acqua vanno dove vogliono. Fra Trieste e Lubiana il displuvio tra Mediterraneo e Mar Nero non passa affatto sul Monte Nevoso dalla cui vetta i fascisti gridarono “Eja Eja Alalà” alle slave genti, ma nella nebbiosa depressione di Postumia, chiusa da tutti i lati.

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Passammo sotto l'autostrada, traversammo la statale e invece di puntare dritti su Podgorje salimmo sulla sinistra verso la ferrovia per evitare l'asfalto. Fu cosa buona e giusta: incontrammo cavalli lipizzani golosi di zucchero, assaggiammo su un prato zucchine impanate, mortadella al tartufo e malvasia, ci perdemmo in divagazioni su vecchie carte topografiche, superammo due volte i binari e decidemmo di fottercene dei tuoni e dei lampi sopra la frontiera croata. Eravamo liberi e leggeri. A Presnica gli indigeni ci indicarono una carrereccia in “macadam”, impasto di ghiaia e terra battuta che prende il nome da tale Mc Adam, e costeggiammo la ferrovia fino al bivio per Capodistria e Pola, dove le due vecchie linee si separano dolcemente prima di buttarsi in discesa con curve pazzesche da ottovolante. Non c'era anima viva oltre a noi, i nostri scarponi cantavano sullo sterrato. Fu allora che il trenino azzurro per Pola passò nella landa come un sommergibile. Lo salutammo, e quello fischiò in risposta. Vidi il macchinista sbracciarsi, e in quello stesso momento un doppio arcobaleno si adagiò sulla massa bruna dei querceti. Luce perfetta, con nubi nere e sipari di pioggia da un lato, sole caldo dall'altro. Ora sentivamo il brivido della steppa. Il mare era scomparso e ci catturava una solitudine tartarica. L'aria era immobile, ma non c'era dettaglio del paesaggio che non parlasse della violenza della bora: l'inclinazione degli alberi, l'asprezza delle pietre, la pettinatura dell'erba, il muro anti-vento della ferrovia.

Il viaggio entrava nel vivo. Ero davanti agli immensi gradoni paralleli dell'Istria interna, lande gialline, balconi dalla vista senza confini, e con gli occhi della mente già cercavo i secolari castagni di Moschenizze, le faggete contorte oltre la Zbevnica, la scarpata del Monte Maggiore con vista su Lussino e la cordigliera del Velebit. Vedevo la cresta di drago dei monti Caldiera scendere sul Quarnero e i valichi chiamati Grande e Piccola Porta dove il vento urla nelle notti d'inverno. Mi perdevo con la fantasia tra i precipizi della Liburnia, i pinnacoli della Valle delle Meraviglie dalle parti di Vranja e i sentieri partigiani del Veliki Planik. Sentivo i lupi ululare attorno alle case di Mune e Lanischie, rinserrate come un gregge.

E fu così che, un po' soprapensiero, giunsi a Podgorje, davanti alla locanda con camere “Pod Slavnikom”, accanto alla stazione, dove avrei dormito. Alzai gli occhi e vidi l'erta boscaglia del Kojnik, dove l'indomani sarei sconfinato puntando sulla cima della Zbevnica. In quell'attimo il vento si svegliò e venne giù il finimondo.