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La strada degli ulivi - settima tappa - da Fasana a Promontore - La cresta fra due mari

 

Non è male partire prima dell'alba, all'ora della raccolta immondizie e della pipì dei cani. L'ultimo strappo del viaggio comincia con una Luna a salvadanaio sulla destra e il luccichio di Dignano verso sinistra, sul lato di un'alba che pare albicocca non solo per un gioco di parole. La direzione Sud dell'andare è quasi perfetta, e con essa la sensazione dell'appuntamento col grande equilibrio dei cieli che sta per scoccare con l'equinozio. Bello cercare l'ultima strada brancolando fra il giorno e la notte. Luna, stelle, sole, ora: tutto quadra.

Pola si annuncia con puzza di smog già a dieci chilometri. Il profumo di campagna in cui sono stato immerso per giorni si estingue, il mio olfatto è ipersensibile agli escrementi delle conurbazioni. Ma che importa, marcio con passo “legionario” verso la città romana. Il mio portamento è definitivamente cambiato: sono più eretto, ho un'andatura rotonda e regolare, il bastone mi conferisce una piratesca nobiltà. Lo leggo negli occhi della gente. Persino nei motorizzati è scomparso quel velo di disprezzo che avevo intuito all'inizio del viaggio.

A furia di andare, ho conquistato il mio posto sulla strada. Potrei seguire la costa meno trafficata a Sud di Fasana, ma la frenesia dell'arrivo la vince. Rigo dritto, sogno caffè e cornetti caldi, voglio far colazione in piazza, fra le case venete e le rovine romane. L'inizio è incoraggiante: calpesto una traccia pedonale, poi un tappeto morbido di aghi di pino. Ma poi tutto finisce, la strada si infossa tra due scarpate, il marciapiede scompare, il traffico aumenta e rischio di essere arrotato. Parcheggi di roulottes. Un gatto morto e un riccio spiaccicato mi ammoniscono.

Alle 6.55 esce il sole, e trovo una via di fuga sulla destra, lungo file di villette e cancelli con i soliti cani isterici. Condomini color lavanda e zafferano. Alle 7.35 passa un fiume di scolaresche zaino-munite, poi c'è il ponte della ferrovia. L'arrivo a Pola è segnato da un vecchio paracarro con la scritta 109 chilometri. Scendo per delle scalette su una strada non trafficata a filo di mare. Case austriache e fasciste, condomini comunisti, infine l'Arena, più grande di quanto immaginassi. Sono le otto e la città è ancora intorpidita, come Trapani o Algeri.

Un bar aperto, per il primo e unico cappuccino del viaggio. A un tavolo due croate di mezza età parlano usando parole italiane. Cose tipo : “Ja sam pronta” o “Ja sam stufa”. Una delle due ha un fiore nei capelli, è un segno di un'altra cultura. Un'italiana di oggi non lo metterebbe mai. Sorseggio prendendo le misure della strada fatta. Solo sette giorni fino a qui: pare impossibile, invece è stato facilissimo. Intorno a me colonnati romani e gru, navi militari, nobili magazzini austro-ungarici. Ma anche qui, come a Trieste, non leggi scolpita la leggenda di una grande marineria. Il mare è degradato a turismo.

Risalgo dalle rive verso la periferia Sud della città, chiedo la strada giusta per Promontore a un tipo in canottiera azzurra. “Con mi la pol parlar italian”, risponde. Claudio Belci si chiama, e ha la mia età. Ha lavorato a Trieste al cantiere San Marco, e mi indica la via sul lato sinistro dello stadio intitolato ad Aldo Drosina. Ora viaggio a Est-Sud-Est, direzione che a quell'ora significa marciare in un controluce micidiale.

Viva” auguro a un'anziana. “Viva” è una parola che funziona con tutti - italiani, sloveni e croati - ma la donna mi individua all'istante come italiano. “Chi te son ti?”, chiede. “Son triestin” le rispondo. “Ah, te ghe somigliavi a un che abita qua intorno”. Si chiama Veronica, le dico che vengo a piedi da casa mia, e quella mi chiede che strada ho fatto. Vuol sapere ogni chilometro. Tignan, Debeljuhi, Do Castei, Valle. “Tuto mi so – conclude – perché son vecia. Otanta ani go. I fioi no sa niente de l'Istria”.

Racconta che nel '52 è andata a Trieste a trovare la vecchia madre. “Quei ani i confini iera serai, ma l'UDBA me ga lassà andar. I saveva che tornavo. Mi qua stavo ben, gavevo lavor”. Le chiedo con che mezzo ha raggiunto Trieste. “Il bici” risponde. Le chiedo se ha pedalato veramente fino alla mia città. “Sicuro, fin Trieste. Quela volta chi che gaveva una bici iera rico, caro sior mio triestin”. E così dicendo mi congeda, con un cenno energico della mano, e rientra nel cancello di casa senza aspettare di vedermi sparire in fondo allo stradone.

Si leva il borin, regalo di lusso. La camminata si fa più leggera, la periferia è tutta alle spalle. A Valbonassa faccio incetta di fichi, gli alberi sono pieni di frutta. Campi di bietole, ultimi segni di vendemmia, una croata mi offre un grappolo di malvasia e mi augura buon viaggio. Per tutta la strada ho visto ripetersi questo segno di omaggio al forestiero in tempo di vendemmia. In cima a una piccola altura compare il mare, blu cobalto, increspato dalla bora. In primo piano uno windsurf, a distanza la fata morgana del Montemaggiore.

 

Ore dodici, infilo una strada bianca in salita verso destra, cerco di cavalcare l'ultima propaggine dell'Istria avendo l'Adriatico sui due lati. Prendo quota nella macchia, attraverso un mare di pini agitati dal vento, salgo ancora fino a una sella dove tutto si spalanca: la baia di Medulin sulla sinistra e il mare aperto sulla destra, con una vela solitaria, gonfia e inclinata verso il faro di Porer.

 

Promontore: sento due tipi chiacchierare il istro-veneto, e chiedo dove si può dormire. Il progetto è mollare il sacco e fare gli ultimi cinque chilometri in leggerezza fino al Capo. Ma nei viaggi così non si può programmare nulla. E lì in piazza succede che uno dei due indigeni mi scruti sotto il capello da Legione Straniera e dica: “Me sbaglio o lei la xe un che scrivi?”. Beccato. Resa incondizionata, dichiarazione di identità, brindisi con malvasia.

 

Finisce come deve finire. Invito a pranzo, e la punta d'Istria rinviata all'indomani.

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