Questo sito impiega cookie come descritto nella informativa. Continuando la navigazione si esprime consenso a tale impiego

La strada degli ulivi - sesta tappa - da Valle a Fasana - Ulivi e calamari

 

A Valle la vigilia della sesta tappa si consuma in un tramonto desertico dai colori di pesca, cui segue una notte da manuale di astronomia, con greggi di stelle che transumano sopra il campanile del paese e Vega insolitamente luminosa, quasi un rogo azzurro. Ho trovato un'oasi, un alberghetto di nome “Lav” con patio ventilato, cucina macedone e una rovignese bionda di nome Ruza che mi stappa una birra dicendo “Ovdja ce te se odmoriti dobro”, qui riposerete bene. Sperando di avere trascritto giusto.

La sera di grigliate e la musica quasi turca accentuano lo sballo stagionale di questo settembre infuocato. Dopo il passaggio della Draga, è come se avessi fatto un salto di mille chilometri a Sud. Lo spazio intercorso fra la colazione “svizzera” nel paesino sloveno di Gračišče, la prima sera, e gli spiedini balcanici di Valle, pare infinito. Sento già l'Egeo, la Sirte. E se non ci fossero degli italiani ben vestiti che dal tavolo vicino guardano con diffidenza gli stracci che indosso, mi lascerei andare in un solitario rebetiko, danza greca a braccia larghe, sull'orlo della piscina. Così, davanti alla Luna, e a quel paese il comportamento.

 

Gino, vallese di lingua veneta addetto agli spiedi, mi chiede del viaggio e mi spiega una scorciatoia tra i campi per arrivare più rapidamente al mare in direzione di Peroj, una bella strada bianca fra cicale, ulivi e casite, con le prime aperture sull'orizzonte di Brioni. E intanto Marco, il panettiere-filosofo, spedisce via sms una riflessione sul senso del nome Paolo, che in greco vuol dire “Piccolo”, e sulla scuola di umiltà che la camminata a piedi comporta in un mondo dove governa l'arroganza delle automobili.

Casita200x180

Bella la cittadina di Valle. Camere linde e assembramenti mediterranei in piazza, come nella vecchia Grecia. Una barbiera bionda mi ripulisce allegramente barba e peluria selvatica accumulata in una settimana. Ma altri segnali disturbano. I bancomat sono tutti stranieri e al supermarket dove faccio scorta di succhi di frutta per la tappa dell'indomani, i pomodori e le zucchine sono d'importazione. Eppure intorno la campagna è verdissima. La Croazia ha fatto una guerra in nome della patria, ma oggi la patria è in mano alle multinazionali. L'imbroglio, alla lunga, viene fuori.

Parto prima del levar del sole, in tempo per incrociare una specie di uccello del paradiso che corteggia la piscina in cerca d'acqua da bere. Poi strada in ghiaia bianca e campi rossi. Ulivi. Finocchietto e chioccioline in cerca d'acqua anche loro. Lo zatterone istriano si inclina verso il Finis Terrae di Pola e Promontore. Mi sembra impossibile di essere arrivato fi n qua così rapidamente, camminando a un ritmo così modesto.

Viaggiare verso un promontorio è una metafora perfetta della vita. Lo spazio si restringe ai due lati della strada, e hai sempre meno strade da scegliere. Ma il gusto del cammino e degli incontri aumenta nel conto alla rovescia verso il mare. Le esperienze fatte sulla strada precedente aiutano a godere ogni minuto da vivere che resta. E alla fine c'è il viaggio supremo, il grande salto nell'ignoto. Ed è come se tutte le anime in partenza si dessero appuntamento sui faraglioni, nelle notti di tempesta. Come se il faro fosse lì non solo per orientare le navi di passaggio ma anche per svelare la presenza delle anime con le sue sciabolate nella spruzzaglia.

Caldo, ombra lunga che mi accompagna sulla destra. Un chilometro prima di Peroj trovo il primo mare, ma non ho voglia di tuffarmi. Mauro Corona mi ha appena telefonato per dirmi che è morto Walter Bonatti, amico dolcissimo prima che alpinista tra i Grandi. Sono incredulo davanti a quel mare troppo immobile, troppo abbacinante. Per il mare ho bisogno del vento. Così cammino avanti, con passo lungo e regolare: è il solo modo che ho per digerire quella notizia. Mi accorgo che il bastone mi aiuta. Ho imparato a muoverlo in perfetta sincronia con la camminata. Un colpo ogni quattro falcate. A Peroj constato che il mio portamento incute rispetto nella gente. Un po' come quello dei pellegrini in terra di Russia. A Fasana sul lungo mare, eserciti di turisti tedeschi in coda al battello per Brioni. Tutti grassi. Mio Dio, ma perché siamo diventati così brutti noi europei? Uno dei motivi, non ho dubbi, è che abbiamo smesso di camminare. Siamo gonfi , e non abbiamo nobiltà nell'incedere. Qualsiasi afghano, qualsiasi etiope sa camminare meglio di noi. E' mezzogiorno, ormai sono cinque ore che vado, ho fatto una ventina di chilometri, penso di fare una sosta e poi di ripartire per raggiungere Pola con un ultimo colpo di reni.

Ma è una pia illusione. Dopo un malvasia e due calamari alla griglia constato che continuare è impossibile. Africa alle porte. Trentacinque gradi sullo stradone, e anche il mare è un brodo infrequentabile. L'unico rifugio di frescura è la navata della chiesa di San Cosma e Damiano, santi che più bizantini non si può, eredi dei gemelli greci Dioscuri, garanti della fertilità maschile. Annaspo tra russi, tedeschi e francesi, in cerca di un'agenzia turistica. Poi trovo una stanza benedetta con doccia, ventilatore e frigo acceso.

La sera in una konoba mi arrendo definitivamente al mare. Calamari alla piastra con contorno di biette all'aglio, e la birra di terraferma è definitivamente sostituita dal malvasia con acqua frizzante ghiacciata. Spritz insomma. Sono circondato di tedeschi a battaglioni che parlano, dio quanto ridono e parlano, rossi come gamberi, ma oggi è come se non esistessero. Assaporo la mia lussuosa solitudine. E intanto il vino mescola le lingue nella testa. Blitve je bone, mi vado do Premanture, avete una Sliva?

Il mare è tremendamente immobile, una nera palude. Vado nel buio verso la riva ma non ne sento lo sciacquio. Mi barrico in camera alle dieci - l'indomani mi sveglio alle sei – e dedico il preludio del sonno allo stato dei piedi, che peraltro stanno straordinariamente bene. Solo due vescichine all'interno dei mignoli. Lavo, rilavo, ungo, butto polvere di penicillina nella ferita. I piedi sono importanti. Da loro dipende la mia andatura, il mio portamento, il mio modo di incontrare le persone sulla strada.