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La strada degli ulivi - quinta tappa - da Canfanaro a Valle - Le ragnatele d'argento

 

Quinto giorno, svacco totale. Quindici chilometri scarsi, poi la resa ignominiosa a Valle, in una pensione con piscina. Potrei dire: colpa del caldo, 34 gradi a mezzogiorno. Invece no, è colpa di Miro e Vinko che ieri sera a Debeljuhi, il mio “bivacco” notturno due chilometri e mezzo a est di Canfanaro, mi hanno teso una trappola a cena finita con un supplemento di vin novo servito in caraffe di cui ho subito perso il conto. Malvasia istriana, come quello che mi ubriacò da bambino in assenza dei miei, mille anni fa a Ciàmpore in quel di Muggia.

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Ne ho bevuto a sazietà di quel nettare dolceamaro che mi portava indietro nel tempo, mentre la padrona di casa, Mirjana, faceva da coppiera come la schiava di Menelao.

 

Alla fine ho perso ogni ritegno e sparato vecchie canzoni. “In mezo al mar xe un bastimento, aspeta el vento per navigar”. E poi, a ricordo della vecchia Alida mezza rovignisa: “E tutti hanno e tutti hanno il cuor contento, la più mise... la più misera son io, che ho perduto l'amor mio, e mi tocca... e mi tocca di morir”. Malinconia a manetta, di quella che fa bene. E nostalgia di Virgilio.


E così avanti, fino a mezzanotte, in un mix esilarante di italiano e croato, col malvasia che rendeva superflua la grammatica. Un trio di pazzi. Miro, un gigantesco divoratore di insalate, irruento e astemio, con la passione dei viaggi a filo di frontiera. Vinko, occhi di fuoco, barba bianca fiammeggiante da profeta, un rene appena asportato da sei mesi. E il triestino che va a piedi sotto un sole infernale, solo per farsi un tuffo a Promontore. La notte di luna sembrava aver coperto il mondo di ragnatele, simili a quelle argentate che avevo visto nel fondo della Draga, il crepaccio che spacca in due il triangolo istriano.

Impossibile sfuggire all'ospitalità rurale. Al mattino tra me e la partenza c'è anche la grappa con caffè turco. Poi via, sempre troppo tardi per questo sole mediterraneo che non molla. Mi accorgo che mangio sempre meno e bevo sempre più, il corpo sta entrando in un lavacro rigeneratore. Cinque, sei litri di liquidi al giorno. Come è bello andare, trovare il proprio passo. Sento che il viaggio mi ha preso. Ho smesso di fare miserabili programmi. Quello che incontro, incontro. E non sfinitemi con storie del tipo: “hai sbagliato strada, avresti potuto vedere questo e quello”. Il viaggio non è fatto di luoghi, ma di persone.

Anni fa, scavalcando l'Appennino lungo la via Francigena non ancora di moda, lessi in un monastero, nel registro dei pellegrini, di una tale Agnieszka (stranamente di nazionalità polacca) passata solo 24 ore prima di me. Non ne sapevo l'età né il volto, ma mi piacquero le sue considerazioni scritte in lingua inglese, e decisi di camminare un po' più veloce per acchiapparla. Dopo due giorni, dalle parti dell'Amiata, vidi una tipa con lo zaino che si dissetava sul sentiero. “Tu sei Agnieszka”, le dissi. E lei: “Nein, ich bin Margarete. Ma possiamo lo stesso fare un pezzo di strada assieme”. Capii una volta per tutte che cosa significa la resa al viaggio e all'incontro.

Ma ecco, appena fuori Canfanaro, la stazione, pietra bianca istriana in caldo da Far West. Cerco gli orari per la strada del ritorno: troppo facile partire da Pola col bus. E intanto il pianto greco dell'Istria ricomincia. Un tipo della mia età, con la borsa della spesa: “Era meglio con la Jugo, arrivava un treno zeppo di dodici vagoni ogni giorno da Belgrado. Oggi solo un trenino con due viaggiatori addormentati a bordo, e c'è anche la rogna del confine sloveno da passare a Rakitovec, direzione Kozina”. Non infierisco. Non gli dico che un secolo fa si partiva da Vienna la sera in Wagon Lit per essere a Brioni al mattino. E nemmeno che da Trieste non si va più da nessuna parte: né a Vienna né a Zagabria né per l'appunto a Pola.

Le percezioni si caricano di simboli. A Salambati ecco un albero di profumatissime cotogne acerbe ancora coperte di peluria, il frutto della mia vita. Poi, sul sentiero, un enorme vespaio che ronza come una centrale idroelettrica. Poi la pelle di una vipera, color giallo-argento, quasi come uno sgombro. E lì, improvviso, inconfondibile, quasi a tradimento, arriva un colpo di vento pieno di mare. Aria d'Adriatico, la mia prateria d'acqua. E quasi nello stesso istante vedo la prima “casita” in mezzo alla terra rossa. Muretti a regola d'arte. Cambia tutto, è come se tentassi di raggiungere non un promontorio, ma la prua di una nave. Cerco verso Ovest la striscia azzurra che toglie il fiato, ma è ancora troppo lontana.

Passo l'autostrada su un ponte. Ripenso alla stazione di Canfanaro e formulo quanto segue: la ferrovia irrora di sé il territorio. L'autostrada invece lo desertifica, come la peste della grande distribuzione. A Krmed, lindo villaggio, è annunciata Valle: “Siete sulla buona strada” sta scritto su un cartello blu. Una vecchia in nero mi offre un bicchiere d'acqua fresca. Saluto una pastora scalza su un prato con tre vacche. Avrà sì e no vent'anni. Poi incrocio un SUV amaranto col solito mafioso rapato a bordo.

Passo regolare sulla ghiaia a bordo strada, una corsia larga e regolare. Uno due, uno due. Vorrei tessere un elogio delle mie scarpe. Hanno quattordici anni, sono bianche e marrone, ma ora la terra rossa istriana le ha rese di un colore uniforme. Una sera le ho viste da lontano, in una vetrina di Palmanova, e le ho fatte mie. Cuoio, un fasciame perfetto. Non sono mai riuscito a farne a meno. Nemmeno stavolta. Nei viaggi a piedi mai partire con scarpe nuove. Queste sono a fine carriera, le ho amate e ora capisco che le sto onorando con questa nobile strada oltre due confini.

Rettilineo pieno di camion per Pola, ma grazie a Dio dopo un chilometro c'è un sentiero sulla destra e da lì arrivare a Valle è una bellezza. La frescura sotto la parete Nord della chiesa è incomparabile. Mi fermo, basta per oggi. Pasta casalinga da Virginio, in fondo al paese. Poi mi indicano una pensione con cibo macedone, sul lato Nord del paese, ed è un'altra delizia di ombra e birra fresca.