Questo sito impiega cookie come descritto nella informativa. Continuando la navigazione si esprime consenso a tale impiego

La strada degli ulivi - terza tappa - da Montona ad Antignana - In fondo al crepaccio

 

Seconda notte, cupe malinconie. Forse è colpa di Montona, col suo castello pieno di alieni che banchettano. Forse dipende dalla Luna piena e dalla inevitabile cagnara di ululati da Livade a Visinada e Piemonte. O magari è il lago di nebbia fosforica un po' vampiresca che dilaga sotto il balcone, come sotto i castelli della Transilvania. Al mattino lo specchio mi rimanda una faccia inselvatichita, già bisognosa di un “brivec”, un barbiere. Che ci fai qua da solo vecchio mio, mi dico. Sei matto.

Ma basta rifare il sacco, varcare le mura, scendere lo stradone, e il magone se ne va. Pergole, orticelli, tini, fichi spiaccicati sul selciato, rugiada: Montona vera sta fuori dalla sua sommità alberghiera. Per la prima volta un contadino mi chiede dove vado. Scendo per scalette in “masegno” verso lo stradone che porta a Pisino e mi chiedo chi è più felice di me, con quella linea che mi porta al mare per la strada più lunga. E' come andare a Santiago, anzi meglio. Comincio a prendere le misure dell'Istria. Ci metterò una settimana.

Lunga salita, asfalto, ombra lunga che mi segue sulla destra. Mi volto, il “paracarro” della città murata è magnifico visto da Sud. Entro in mondo più agricolo, meridionale. Fa caldo già alle otto e mezza, ho una borraccia in più, non si sa mai. Montagne di zucche gialle, rosse, verdi. Bivio per Caldier, poi su fino a Marussi con traversata su Novacco. La mappa pare la guida telefonica di Trieste. Dagostini, Fiorini, Nadalini. C'è anche Lakoselci, ti pareva, patria del mio compositore preferito, Alfredo Lacosegliaz.

Ora sento vicino un altro amico perduto. Paolo si chiamava e veniva da Milano. Un anno prima di morire, già gravemente malato aveva espresso il desiderio di un viaggio a piedi, e siccome amava la Bosnia come me – era giornalista e vi aveva trascorso settimane di guerra – gli avevo consigliato di andarci da Trieste. Due settimane bastavano. Lui partì segnato dalle “chemio” e tornò dalla traversata smagrito, ma tremendamente felice.

Ridiscendo sullo stradone per Pisino. A Scropetti mi accorgo che il “masegno” è finito e le case sono tutte in pietra bianca. La terra, di conseguenza, pare un campo da tennis, splende di un rosso africano. L'Istria per chi non lo sapesse è un pezzo d'Africa che naviga a Nordovest, esattamente come la Puglia, che le somiglia. Voglio entrare bene in mezzo in questo mondo arido, segnato da forre, grotte e quinte rocciose orizzontali. Sulla mia destra un cartello indica Livaki, sembra quasi un nome greco. Ci vado.

Comincia così, in un mondo desertico assordato dalle cicale, la traversata verso il grande “crepaccio” che spacca l'Istria in due: la valle della Draga che dal mare di Leme risale a secco fino alla foiba di Pisino. Un fiordo serpentiforme senza mare, dove il calore si imbottiglia e le vipere tengono convegno. E' il grande Rift di questo pezzo d'Europa, la terza e più profonda valle incrociata sulla mia strada dopo quella del Risano e del Quieto.

 

Cane200x240

 

Skrapi, Livaki, Jurasi. I nomi si fanno più slavi. Chissà se gli inamovibili rappresentanti della comunità italiana in Istria sono mai passati di qui. Non dico a piedi: in auto, almeno. Livaki è ancora bella, anche se mezzo paese è crollato ed mangiato dall'edera spaccasassi. Un indigeno mi dice come continuare, ma un cagnetto isterico tenta di mordermi a tradimento, da dietro. Me ne accorgo, il bastone mi aiuta a tenerlo a distanza. E' uno dei pochi vantaggi del pedone rispetto al ciclista, che invece ha le mani occupate e di conseguenza i polpacci indifendibili.

 

Campagna inselvatichita, appena fuori la strada sterrata comincia una sterpaglia penetrabile solo col machete. Nessuna radura con nobili alberi sotto cui riposare. Le poche frattaglie di ombra sono abitate da mosche fastidiose. Dopo Muntrilj piego a Sudest, il terreno diventa più aperto, e su un dosso, all'improvviso, compare il Montemaggiore. Sto bene: la camminata è un macinino che tritura nebbiose malinconie e sputa sana rabbia, finché l'andatura diventa metronomo, canto interiore, metrica e poesia. Narrazione insomma.

Verso l'una e mezza un contadino in groppa a un trattore si ferma per guardarmi andare, poi mi fa segno di salire sul rimorchio. “Prendi”, mi dice. Il carro è pieno di uva appena raccolta. Scelgo un grappolo piccolo e lui quasi s'arrabbia, mi incita: “ancora, ancora!”. Lo saluto con le mani piene, riparto verso Tignan mangiando i grappoli senza staccare gli acini, a pieni bocconi. Una benedizione. La malvasia istriana è una benedizione. Lo imparai da bambino, quando i miei mi dimenticarono nella cantina di zia Edda a Muggia, e io bevvi vin novo, così tanto che mamma mi ritrovò addormentato e felice tra i tini.

Tignan deserta, vento infuocato, rumore di stoviglie nelle case. L'unica konoba della piazza è chiusa. Diavolo, sono arrivato fin qui per niente. Trovar da dormire è difficile, ma trovar da mangiare può esserlo di più. Cerco alla cieca, c'è finalmente un bar aperto, deserto. In cucina la banconiera frigge per se stessa zucchine impanate, la mia passione. Me ne dà un cartoccio di contrabbando. Ma è la sete che comanda sulla fame. Scolo una birra grande, poi un'altra, seduto sotto una pergola. Sento il corpo che gode.

Apprendo che a un chilometro e mezzo c'è Dora, che ha stanze libere in frazione Surani. Mi tocca tornare indietro, altri chilometri buttati. Sulla strada trovo la suocera, Marija, che sa un po' di italiano. La stanza c'è. Le chiedo se si può cenare da qualche parte. “Cossa volete magnar?”. Quel che xe, rispondo. Kruha, sir, teran, prsut. “Ma lei la parla talian o croato?”. Un poco un poco, dico. E' una donna simpatica, con un casco di capelli candidi. Se vuole, aggiungo, magno a casa sua, cussì ciacolemo. “Ah, mi no posso, co vien scuro sero porton e vado in leto”.

"Ma lei piuttosto dove la va?”. Vado da Trst a Premantura,rispondo, con mie “noge”, le mie gambe. “E perché?”, chiede quella. Perché xe bel, rispondo senza convincerla. Il campanile di Tignan batte le tre. Un letto al fresco tra vecchie mura mi aspetta.