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La strada degli ulivi - seconda tappa - da Gracischie a Montona - Pergola con birra

 

Alle sei e mezza mi sveglia una fame da lupi. Niente dolorini, la carcassa tiene. Nemmeno una vescica, anche la carrozzeria è a posto. In viaggio si guarisce; il fisico si scassa solo tra le scartoffie. Il giorno della vigilia, sopra pensiero, sono finito con la fronte contro una porta a vetri che m'era parsa aperta. Ho perso quasi i sensi, poi m'è cresciuto un naso da alce. Anche stamane ho quel rostro sotto la fronte.

Riempio le borracce di succo di mela al “market” oltre la strada. La giornata è bella. Di prima mattina il verde intorno è cosparso di brume azzurre. La colazione slovena è linda e inaffrontabile: salumi, uova, fichi, succhi, thè, yogourth, pane, brioche fresca e un bicchierino di grappa di prugne. Spazzolo uova e salumi, porto con me i fichi. Il mio bioritmo e la dieta sono già mutati. L'uomo al bar mi dà un'occhiata d'ammirazione quando gli dico che vado a “Premantura”.

Cristo santo, come sono solo. Marco e Sergio mi mancano con le loro “ciacole”. Ma forse è meglio così, vista la strada contrabbandiera che ho scelto per evitare il posto di confine su quella fottuta strada che ignora i pedoni. Cancellare le tracce, diventare clandestini irreperibili. Esco, per l'ultima volta mi giro indietro verso Nordovest, e tra due colline, lontani, mi appaiono l'ospedale di Cattinara e il ripetitore di Conconello.

Si va. Strada per Dvori, poi subito a destra, sul crinale detto “Grande Griza”, direzione chiesetta di San Quirico. Non c'è anima viva, sento solo il respiro. Vento leggero, la gobba del monte offre soprattutto sulla destra un terreno da deltaplani. O da falchetti. Vedo in basso il posto di confine sloveno. Ancora più in basso, nel fondovale, la frazione di Mlini, che una casa divisa in due dalla frontiera.

Dopo la chiesa con cimitero recintato il sentiero si fa contorto e pietroso. Lascio sulla destra un bunker affacciato su strapiombi, poi mi calo fra le rocce verso Dvori, quattro case in bilico fra la Croazia e la Slovenia. Il sole picchia ma sono protetto dalla boscaglia, un intrico di carpini, frassini e querce. Lontano, in mezzo al nulla, la tettoia azzurra del confine croato e, oltre, il campanile di Pinguente.

Scendo ancora fino a una strada bianca, prendo a destra verso una gola che taglia la fascia rocciosa.

Trovo un cartello “Attenzione confine”, ma sembra rivolto alle sole automobili e lo ignoro. Poi una sbarra col lucchetto. Due tornanti e sono sullo stradone asfaltato; il posto di confine croato è ancora lontano, ma il territorio croato comincia subito, proprio lì all'incrocio con la strada bianca. Sono oltre, con un piccolo tuffo al cuore.

Non sarebbe male qui studiare una strada munita di un posto di confine aperto solo a ciclisti ed escursionisti a piedi. Ma visto che non c'è, me la prendo. E' il piccolo atto propiziatorio allo smantellamento di questa frontiera, dopo quello che ho fatto su quella italo-slovena all'altezza di Trieste. Sono le infrazioni come queste, peccati veniali rispetto alle regole imposte dai potenti, a raddoppiare il gusto dell'andare.

Prendo la strada delle automobili, i camminatori non sono contemplati. Alla sbarra con bandiera a scacchi ti dividono in tre categorie: auto, camion, pullman. Vado in bilico sulla mezzeria, un po' per sfottere, poi mi metto in coda con le auto. Controllo curioso alla carta d'identità. L'unica ombra è il cartellone con la scritta “Dobrodosli Croatia”, sotto c'è un'erbetta fine e mi rimetto un po' in ordine. Fa caldo da morire, restare a piedi scalzi è una goduria. Ufficio cambio, e via di nuovo. L'asfalto è semivuoto.

Vedo passare un'auto triestina con dentro un avvocato che conosco. Luì a bordo, appartiene già a un altro mondo. Io sono entrato in quello dei miserabili. Cicale. In alto sulle montagne a sinistra, la massicciata della linea ferroviaria per Pola. Fa un lungo giro sopra Pinguente per tornare indietro alle pendici del Montemaggiore. Il treno, è l'unica cosa che sento amica in questa demenziale transumanza solitaria. La macchina è cosa ostile.

Scendo verso il castello di Pietrapelosa. Valle verdissima, senza traffico, percorsa da torrenti di acqua pulita. Mi concedo non uno ma due pediluvi tra pesciolini e gamberetti. I piedi vanno trattati bene, vivaddio, se è vero che si scrive con i piedi. Dico sul serio, la scrittura è figlia del cammino. Anche i pensieri, anche i ricordo nascono dal ritmo regolare dell'andare. Mi segue una cinciallegra, e io so bene che è Virgilio, l'amico perduto, che mi fa compagnia.

Virgilio, perché non ci sei più. Con te questa strada sarebbe stata magnifica. Ma chissà, forse ho scelto di farla solo per ritrovarti. Sento che mi abiti dentro, ogni tanto faccio i tuoi gesti, parlo con la tua voce, rido e canto come te. E' con Virgilio che ho visto per la prima volta la Val Rosandra, quasi mezzo secolo fa. E da allora sono assetato di questo mondo roccioso che segna il passaggio dal Mediterraneo al mondo slavo.

 

Verso la strettoia alla confluenza col Quieto il vento aumenta tra i pioppi. Sotto il castello c'è una “konoba” con bungalow e birra garantita, posto ideale per chiudere la giornata. Ma i camminatori sono strani, io ho in mente il paracarro di Montona. Ci sono ancora dodici chilometri, è appena l'una, e la cosa mi pare fattibile. Da solo, penso, andrò più veloce. In tutto sono 32 chilometri, tanti per uno che non è allenato. Ma il paracarro mi ordina di continuare.

 

Pergola con birra all'incrocio con lo stradone del Quieto. Me la devo, visto quello che deve venire, un vallone monotono che non finisce mai. A monte di Porta Portòn, rocce da falchetti e vento che accelera come tra Mostar e Pocitelj nella valle della Neretva. Il bordo dell'asfalto è infernale, passo sulla riva sinistra del fiume, segnata da un largo sentiero. Ma anche lì è una galera di monotonia. E Montona che appare falsamente vicina peggiora il supplizio.

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Incontro un gregge con pastore macedone. Il viandante riconosce il viandante a distanza: sollevo il bastone in segno di saluto, lui ricambia e sorride. Passo sotto il ponte dell'acquedotto, ora ho Montona sopra di me. Ma arrivarci è un altro supplizio, la strada è una lunga spirale che finisce davanti alla grande porta con un selciato liscio che acceca nel controluce della sera. Una birra, subito, veliko pivo, con tanto di cameriere. Me la devo.

Trovo da dormire per puro caso, il paese è pieno di tedeschi settembrini. A Montona non si parla più italiano e nemmeno croato. Il luogo ha perso la voce. Brezza di montagna, il sole affoga nella bruma color prugna, luccichio lontano di Grisignana. Tavolo con vista, “minestra de bobici” e frittata con prosciutto istriano. E ancora birra, birra, birra. Solo alla fine un calice di “teran”, per non sembrare un tedesco.