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La strada degli ulivi - prima tappa - da Trieste a Gracischie - Sul gran ciglione

 

Partire. Fare l'Istria a piedi. La bisettrice del Triangolo, un tiro di schioppo da Trieste a Promontore. Prendere le misure di questo pezzo di mondo a estate finita, con la malinconia della luce che scende e l'odore di uva nell'aria. E il lusso di un tuffo laggiù, dopo chilometri di sudore. In fondo ai faraglioni, Sud perfetto, verso il faro di Porer.

L'idea fermenta per mesi, talvolta anni. Poi la decisione si prende in due ore. Capita che il tempo ci sia, una finestra che non si ripresenterà più. Capita che il cielo sia clemente e che, in aggiunta, il corpo dia segnali di insubordinazione. Perdita delle chiavi di casa, insonnia, voglia di bastonare un tizio solo per come cammina. Allora è tempo di andare.

Niente più alibi. Mezza giornata per fare il sacco e via. Il materiale buttato sul letto, sempre troppo, e lo zaino che non si chiude. Scarpe leggere, un chilo di frutta secca, due borracce. Un piccolo computer per scrivere la storia in diretta. Parto senza avere allertato nessuno. Sarò un perfetto sconosciuto. Un bagno di umiltà. Chissà cosa mi dirà la strada.

L'indomani alba pulita. Certezza di dimenticare qualcosa. Ore 7.20 via Carducci, bus numero 40 per Prebenico, il posto giusto per partire, a pochi metri dalla Slovenia, alto sulla forra del torrente Ospo. Da lì il crinale dei monti della Vena lo si infila alla perfezione, come la cruna di un ago. Solo in questa prima tappa, la più complicata, non sarò da solo.

Alla fermata mi aspettano Sergio Ollivier, ottimo specialista di escursioni intorno a Trieste, e Marco Rodriguez, il panettiere-filosofo con cui spesso condivido la colazione del mattino. Mi accompagneranno fino a Gračišče, prima tappa. Un attimo prima di andare mi prende il solito pensiero: sono matto, ho più di sessant'anni, eccetera, queste sono cose che non si fanno a tre quarti della vita anagrafica, eccetera. Ma dura un attimo. Si va senza problemi.

Strappo per San Servolo, traversata su Kastelec, ultimo caffé fatto da Vlado e Marija nella loro locanda. Qui l'autostrada per Capodistria passa in tunnel, così si va oltre agevolmente per un sentiero in salita subito dietro il paese. Zig-zag complicato fra radure, rimboschimenti, strade forestali, un'immensa cava. Marco mi ha dato un lungo bastone ferrato di ciliegio, e questo mi fa prendere il passo transumante che ho imparato dai mandriani del Molise. So che si fanno distanze enormi con quel ritmo.

Inizio strano. Troppi pini malati, strade maestre da superare, toppi chilometri senza orizzonte. La Slovenia concentra qui tutti i suoi collegamenti col suo piccolo pezzo di mare. Ma settembre regala frutta a volontà. Fichi, prugne, noci, more. Rigoni Stern fece mezza Europa a piedi nutrendosi così. Ma allora le campagne erano abitate: trovavi carrettieri, pastori, viandanti. Noi non troviamo anima viva. Se sei solo e ti rompi una gamba, è capace che ti ritrovino dopo un mese. Mentalmente, Trieste è a mille chilometri.

Lungo il ciglione arriviamo alla rupe vertiginosa, torva, di San Sergio, Crni Kal. Il castelletto in cima è stato addomesticato da una passerella. In alto, la bandiera slovena visibile a miglia di distanza. In basso, nella foresta, il paese col campanile storto. Sullo strapiombo, due rocciatori appesi al nulla. Il rombo lontano dell'autostrada che ci ha seguito fino a ora, finalmente si attenua. Entriamo nella pancia dell'Istria montana.

Gran Giornata. Vista immensa: alti a Nordest il Taiano e la Sbevnica; a Sudovest, oltre il vallone del Risano, i colli che portano a Covedo e, oltre, a Portole e Stridone. Il ciglione è tagliato dalla ferrovia per Capodistria e il binario si tuffa in un dislivello pazzesco. Un solo binario, un collo d'oca. Ma l'andirivieni è impressionante, fra un treno e l'altro non c'è molto tempo per andare oltre la massicciata. Tutta l'economia slovena passa per queste Termopili. Mi chiedo cosa accadrà quando verrà il doppio binario, se Trieste continuerà a fottersene del suo porto e le sue oligarchie a coltivarvi gestioni di favore..

Direzione Podpec, paese sovrastato da strapiombi e da una torre di difesa, ultima vedetta sul mare lontano. Il ciglione è magnifico, simile a quello fra San Lorenzo e Sant'Elia sopra la Rosandra. Landa pettinata dalla bora. Cespugli infiorati di profumato santoregio. Voglia di birra che comincia a crescere. Voglia di mare, anche. Ma non lo vedrò per chissà quanto tempo; non ho la minima idea di quanto ci metterò ad arrivare fino a Pola e oltre. Supplizio di Tantalo, si dice.

UvaColori300x200i A Podpec mi butto su una panca sotto un tiglio, piedi alti su un muretto. La seconda borraccia è già agli sgoccioli; camminando si beve il doppio e si mangia la metà, e già questa è premessa di rigenerazione. Nel silenzio sento mille rumori. Due donne che chiacchierano. Una radiolina. Un maiale che grufola. Mi sento già in Erzegovina. E certe falesie contorte somigliano anche alle Dolomiti Lucane.

A Podpec mi butto su una panca sotto un tiglio, piedi alti su un muretto. La seconda borraccia è già agli sgoccioli; camminando si beve il doppio e si mangia la metà, e già questa è premessa di rigenerazione. Nel silenzio sento mille rumori. Due donne che chiacchierano. Una radiolina. Un maiale che grufola. Mi sento già in Erzegovina. E certe falesie contorte somigliano anche alle Dolomiti Lucane.

Tagliamo su Hrastovlje, paralleli alle ferrovia. Sono le due del pomeriggio, e il paese è in fregola da vendemmia. Due vecchi ci invitano ad assaggiare il primo succo spremuto. Una donna ci porge un grappolo. Poi c'è una fontana lavatoio mormorante, ah la delizia dell'acqua pubblica. Ma noi è la birra che cerchiamo, nell'osteria in fondo al paese. Cinque birre in tre, prosciutto e peperoni sottaceto. Ollivier è felice, un simpatico chiacchierone che andandosene, stasera, mi getterà in un silenzio ancor più insopportabile.

Dopo la birra, la salita per Gračišče – 250 metri di dislivello nel pietrame tra i rovi – ci pare un purgatorio, ma sul crinale un'alta torre di vedetta consente di riassumere tutta la tappa in un unico colpo d'occhio. Marco è incantato, farebbe carte false per continuare la strada domani. Non può permetterselo, ha il pane da infornare alle tre del mattino. Marco non manca mai, gli è vietato ammalarsi.

Locanda con alloggio sullo stradone, di fronte alla cappelletta di Santa Maria del Soccorso, l'ultimo grande bivio. Dormirò qui. Cena dal profumo quasi boemo. Parlottio di avventori come nelle birrerie praghesi di Bohumil Hrabal. Scende il silenzio. Alle cinque il traffico è già azzerato. Nubi rosa, luna color pergamena, brume azzurre nelle praterie, bosco di un verde profondo. Odore di campagna di una volta, mare che pare un miraggio.

I miei compagni partono, saluti sullo stradone. Ho le labbra secche, mi riaffiora una poesia di Mevlana: “La secchezza delle tue labbra è un messaggio dell'acqua”. Abbiamo attraversato terre carsiche, dove l'acqua è un dono di Dio forse più che altrove. Marco mi ha avvertito, lungo la strada: esiste un legame speciale fra il culto antico delle fonti e la venerazione della Vergine santissima.

Dormirò di sonno esausto, profondo e regolare, non disturbato nemmeno da piccoli risvegli. L'indomani frontiera verso Pinguente; una frontiera rognosa, perché la sbarra croata e quella slovena distano più di tre chilometri di noiosissimo asfalto e non esistono alternative pedonali consentite. Non ho nessuna voglia di percorrerli in ossequio ai burocrati. Ho in mente un'uscita clandestina, sopra una fascia di rocce a picco.

Speriamo bene. In camera mi accorgo che un “mandriol” verde smeraldo si è posato sul mio sacco rosso e non se ne vuole andare. Mi accorgo che traversare a piedi la Slovenia, qui nel piccolo collo d'oca fra Italia e Croazia, ha un gusto speciale. Tutto il sistema viario in questi pochi chilometri del Paese-Lilliput, è costruito per farti finire in autostrada e farti pagare una costosissima “Vignette”, forse la più costosa rendita di posizione d'Europa.

Aggirare queste forche caudine è quasi meglio di una birra.