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Everest 2004

18 Maggio 2004
Marco Tossutti - Sandra Canestri

19 Maggio 2004
Giuseppe Pompili - Adriano del Cin

Questa volta più che mai, è difficile raccontare in breve avvenimenti ed emozioni passati nei sessantatre giorni dedicati alla salita della "Madre della Terra". Chomolungma, infatti, com'è ben noto è il nome che i tibetani danno all'Everest, e vuol dire proprio Dea Madre della Terra.

Da dove iniziare ?
Dalle fredde serate autunnali trascorse correndo con il cuore in gola su per Vicolo delle Rose o via Bonomea, o dai momenti elettrizzanti e di scoramento totale avuti sotto la montagna tra freddo, vento e cuoco malato, o dalla cresta terminale, dagli ultimi 100 m e da quella particolarissima emozione della vetta, oppure ancora dall'epilogo finale dei bambini di Kathmandu col caldo tanto desiderato ed i lacrimoni dell'ormai amico Dawa Sherpa all'aeroporto?

In questo momento di parziale confusione, la cosa migliore da fare è mettere nero su bianco gli insegnamenti che questa "grande" montagna mi hanno regalato ed imposto. Scalando l'Everest mi sono reso conto che questa cima è giustamente considerato il 3° polo. Attrae, infatti appassionati alpinisti e non di tutti i livelli, ammaliandoli ed impressionandoli con le sue vertiginose pareti e portandoli talvolta a compiere azioni insensate che mai proverebbero osare a casa.

Non voglio sentenziare, né criticare nessuno, ma solo evidenziare quello che ho visto e fatto lassù. Da appassionato della "domenica" mi sono affidato, e guai se non lo avessi fatto, a chi le altissime quote le aveva già affrontate.
Ne è nato così un rapporto di stima e reciproci intenti atti solo allo scopo finale. Dawa Sherpa, con le sue 18 spedizioni a montagne sopra i 7000 m e le 4 volte in vetta all' Everest, è diventato, piano piano, un fratello dai decisi consigli piuttosto che un uomo alle mie dipendenze.

A questo punto vale forse la pena di aprire una piccola parentesi sugli Sherpa d'alta quota. Bisogna precisare innanzitutto, che i veri Sherpa (etnia che vive nella valle del Kumbu in Nepal) sono pochi, soprattutto di là del confine tibetano. Ad occhi esperti, a vederli salire, si nota subito la differenza per potenza fisica, tecnica alpinistica ed equipaggiamento, nonchè per l'ottimo inglese. Questa gente, geneticamente predisposta ad affrontare le alte quote e tutti i disagi connessi, compie un lavoro impensabile per noi occidentali, anche per i più allenati o professionisti per caso. Tra loro, inoltre, è forte lo spirito di solidarietà, quella vera, che si avvicina di molto alla teorica solidarieta' e spirito alpino, che da noi forse ormai è scomparsa del tutto.

Un altro punto cruciale in questa salita, è l'uso o meno dell'ossigeno. Come sempre esiste una schiera di sostenitori "senza ossigeno" che però non vanta nessun' esperienza in merito e la quale opinione, quindi, lascia il tempo che trova. E' certo che in montagna ne è fatto un uso indiscriminato (ho visto con i miei occhi gente partire già sotto i 7000 m. con l'ossigeno). Personalmente, mi ero illuso di scalare senza l'ausilio dell' ossigeno ma questo avrebbe richiesto una maggiore permanenza in altissima quota ed un acclimatamento maggiore che le condizioni meteo non permettevano.

Sinceramente senza l'uso delle bombole non sarei stato in grado di salire oltre ad un certo limite. La questione, in ogni modo, per chi vuole saperne di più, non sta tanto nella qualità della prestazione sportiva o nell'arrivare o meno in cima. I problemi più grossi, infatti, sono rappresentati dai congelamenti e dall'esaurimento delle forze da riservare per la discesa, problemi questi che attanagliano in modo più o meno grave oltre il 70% delle persone che tentano.
L'uso dell'ossigeno, garantisce così l'integrità fisica e la lucidità mentale per scalare una via come la cresta nord est che con i suoi tre gradini rocciosi ed i due km di cresta oltre gli 8.550 m., non può essere sicuramente considerata facile.
Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma le chiacchiere o le parole scritte, non valgono nulla di fronte ai corpi di quelle persone che non sono riuscite più a scendere. Parola di uno che nel fascio della sua frontale il 18 maggio 2004 ha visto il primo di una lunga serie di cadaveri, che in parte segneranno quest' avventura lunga 2 mesi e che rimarrà dentro di me per sempre.

All'alba del nuovo millennio, dopo che le maggiori sfide dell'alpinismo himalayano sono state in gran parte risolte da specialisti, ci si potrebbe domandare quale è il senso di ripetere vie che oggi non hanno più misteri per gli addetti ai lavori. Tuttavia, rimane sempre vivo l'interesse per chi ama l'alpinismo e desidera rinnovarlo con esperienze sempre nuove, all'insegna dell' hobby ma non dell'improvvisazione, del dilettantismo ma anche e soprattutto per la profonda passione per la montagna.

Avere l'opportunità di partecipare ad una spedizione diretta alla più alta montagna del mondo costituisce per noi un grande obiettivo: è il coronamento di un sogno a cui dedichiamo buona parte delle nostre energie e tempo libero.

La domanda più ricorrente che mi sono sentito fare a riguardo della salita alla cima dell'Everest, è stata: quanta fatica hai fatto?
Credo che la fatica finale sia solo il culmine e non è di sicuro la parte più dura: per questa salita ho dedicato più di due anni della mia vita e per cui mi sentivo preparato fisicamente. Il problema più grosso rimane sempre il disagio di due mesi trascorsi tra le montagne himalayane dove i disagi non mancano di sicuro

LA CIMA : Grazie all'ossigeno che ho usato dagli 8.300 m. del campo 3 in poi, sono riuscito a godermi appieno i 20 minuti passati sul tetto del mondo. Nei primi momenti non credevo quasi a quello che stavo vivendo e cercavo di assicurarmi di aver toccato il punto più alto, Poi la commozione, le foto, il disegno di mia nipote Stella, una breve preghiera....

Cercavo di riempirmi gli occhi di quello che stavo vedendo tutt'attorno, mi sembrava di essere su un aereo, il vento non mancava di sicuro. L'abbraccio con l'amico Dawa Sherpa ed il pensiero subito rivolto alla non semplice discesa e l'incertezza per la salita di Sandra.

L'esperienza dell'Everest mi rimarrà dentro per sempre compresi l'entusiasmo ed i patemi dei mesi in preparazione a questa avventura.

T O X

Dall' Alpinismo Triestino: EveresTrieste.

Una pagina di storia, di Storia con la "S" maiuscola. Il 18 maggio Marco Tossutti e l'amico sherpa sono arrivati in cima all' Everest, ad 8848 metri di quota. Erano le 10.05, ora nepalese.
Si è fermata a soli 30 metri dalla sommità del monte Alessandra Canestri che, stremata dalla stanchezza, ha dovuto attendere che il compagno e lo sherpa scendessero dalla cima per poi riguadagnare assieme la via dei campi inferiori.
Una decisione sofferta quella di Sandra - a soli 30 metri dal tetto del mondo! - ma che ha coscientemente evitato guai peggiori. Le cronache dei giorni successivi infatti avevano dato risalto alla notizia che Adriano Dal Cin, compagno di spedizione di Marco e Sandra, aveva passato molte ore bloccato ai campi alti dalla bufera: se l'era cavata con un principio di congelamento ma si era temuto per la sua vita.
Queste righe - scritte poco prima della chiusura della stampa di Alpinismo Triestino - verranno lette quando i ragazzi saranno già rientrati ed i dettagli di questa bella e grande avventura saranno noti a tutti, ma vale la pena, per l'emozione che suscitano, di proporle come le abbiamo sentite dalla voce di Marco, rotta dalla fatica e dalla gioia:"Siamo giunti in cima dopo aver lasciato ancora nell'oscurità della notte l'ultimo campo: il clima era buono ma l'estrema rarefazione dell'aria ci ha costretto ad utilizzare le maschere con l'ossigeno da quota 8300. Nonostante questo, - ha spiegato Tox al satellitare - la fatica ha costretto Sandra a fermarsi praticamente a ridosso della cima; è stata bravissima, stavo per cedere anch'io. Una prova estenuante ma, con lo sherpa, sono riuscito a trovare le forze per compiere l'ultimo balzo, quello determinante. Una soddisfazione enorme, una felicità incredibile..."

Marco Cernaz