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Bolivia 2001, di Marco Tossutti

Mi risulta sempre difficile raccontare una mia salita o esperienza alpinistica, perché non voglio dare l'impressione di auto celebrarmi. Forse non è tanto un fatto dovuto a timidezza o modestia, ma alle opinioni che l'ambiente alpinistico attuale nutre verso quelle, che possiamo chiamare, "imprese" normali. Certe volte mi sembra che se uno non apre una via di VIII° di 1.200 mt. su qualche lontana ed isolata montagna extraeuropea, non può parlare né di "alpinismo", né di "spedizione". Allora uno preferisce andare per i fatti suoi, condividendo tutto quello che la montagna sa dare, solo con poche persone. Questa breve premessa mi sorge spontanea e vuole quasi essere di risposta o scusa a chi, più volte, mi ha chiesto: "Perché non scrivi più"? Nel 1997 mi trovavo sulle Ande Peruviane e fu una bellissima vacanza, ebbi modo però di sentire l'opinione di un alpinista californiano, che sembrava avere una grossa esperienza, il quale sosteneva che la Bolivia, per certi versi, fosse ancora più bella. Così il 13 luglio 2001 Alessandra Canestri, Miro Chert ed io siamo sbarcati a La Paz, capitale della Bolivia a 4.100 mt. d'altitudine.
La giornata bellissima, l'aria tersa ed i monti pieni di neve sullo sfondo, la temperatura bassa ed il fiatone con un leggero mal di testa, sono state le prime impressioni di questa avventura.Il programma di massima, turistico e di acclimatamento, che avevamo previsto per i primi giorni, non siamo riusciti a portarlo a termine pienamente a causa dei disordini interni che serpeggiavano sugli altipiani. Anche raggiungere il primo campo base della laguna Tuni, non è stato facile sempre per le agitazioni dei "campesinos".
Tra noi e le Ande Boliviane, infatti, il 18 luglio c'erano le pistole ed i fucili a sbarrarci le strade. Armi e scene di guerra, oggi in televisione, se ne vedono tante, ma trovarsi nel bel mezzo di una rivolta armata, fa tutta un'altra impressione. Eravamo parecchio preoccupati sia per la nostra incolumità, ma anche perché non potevamo avvicinarci a quelle montagne così belle. Mesi di allenamenti e preparazione, soldi, ferie e tutti gli altri sacrifici, che questo viaggio ci aveva richiesto, sembravano vanificarsi.
L'unico a non preoccuparsi della situazione sembrava essere José, il nostro cuoco, portatore, guida e uomo tutto fare, che avevamo contattato pochi giorni prima in un'agenzia di La Paz.
José ci aveva fatto subito una buona impressione e sembrava avesse anche una discreta esperienza in fatto di "andinismo". Piccolo, forzuto, con la pelle scura e gli occhietti di un bambino fatto adulto, nel salire ai campi base, scrutava la strada ed ogni tanto scendeva dal furgone per togliere le pietre messe dai rivoluzionari.
In un modo o nell'altro, quella sera, siamo arrivati alla Laguna Tuni a 4.600 mt., dove abbiamo montato le tende ai margini di un meraviglioso lago nelle cui acque, si specchiavano molte cime, tra cui il "nostro" Nevado Condoriri. La quota si faceva sentire e dopo il viaggio, le tre ore di cammino e tutto il lavorocon tende, sacche, muli da caricare e scaricare, eravamo tutti provati. Tutto si è rimesso a posto quando José ci ha servito la cena, semplice ma gustosa con una "sopa" fumante, che vista la temperatura bassa è stata molto gradita.
I sei giorni successivi li abbiamo dedicati alle salite d'acclimatamento ed alle due più "serie", salendo così in totale: Chacaltaya (5.285 mt), Picco Austria (5.300 mt.), Pequeno Alpamajo (5.400 mt) e Nevado Condoriri (5.650 mt.).

Le ultime due cime ci hanno regalato delle creste e pendii di neve e ghiaccio fino a 55°. Il tempo ottimo ed il freddo intenso arrivato fino a - 20° C, sono state le costanti di queste giornate.
L'ultima sera di permanenza a questo campo, per festeggiare il buon risultato ed il compleanno di Miro, José ci ha preparato filetti di trota salmonata fritti, pescati nel lago, dopo una lunga caccia con una fiocina rudimentale.

Il bello della Cordillera Real per gli alpinisti europei, è proprio il fatto di poter rientrare in breve dalle cime alla città, senza grandi problemi logistici e garantendo un buon recupero fisico.Così, scesi a La Paz, ci siamo ritemprati per due giorni nell'aria grassa d'ossigeno dei 3.800 mt. e nel "tepore" degli 11°C della stanza d'albergo.

Il giorno 25 luglio siamo in viaggio verso Pinaia (3.800 mt.),luogo di partenza per la via normale alla cima più alta dell'Illimani (6.450 mt.). Le strade le troviamo sgombre, in quanto le agitazioni, si sono placate, ma la loro qualità rimane pessima tanto da fare incastrare il nostro Toyota spacciato per un 4x4, in un guado ma per fortuna ad un solo chilometro dal luogo d'arrivo.
L'Illimani rappresenta la montagna madre per il popolo andino e per questo, molti racconti mitologici, la vedono protagonista. Sulle pendici della montagna, la vita si è fermata e penso che difficilmente cancelleremo dai nostri ricordi le immagini rupestri e di vita semplice e dura delle genti che vi abitano. Salendo, Alessandra nota molti bei cavalli che pascolano liberamente sugli aspri prati e pensa che sarebbe bello cavalcarne uno.
Detto, fatto e tutto il paesino va in agitazione e dopo un po', arriva un omino con il suo cavallino bianco.

Raggiungiamo il campo base alle 17.00, con le luci del tramonto, è un posto idilliaco, una piana erbosa grande come due o tre campi di calcio, dove pascolano liberamente lama, maialini e cavalli, con la montagna che sembra caderti addosso. Il giorno seguente, altri 1.000 mt. di dislivello ci separano dai 5.400 mt. del "Nido del Condores" , dove troviamo solo un'altra tenda con due alpiniste inglesi. Durante la notte arriva una bufera con vento fortissimo, ma per fortuna, le North Face fanno il loro dovere di tende da un milione e mezzo.Alle tre della mattina seguente, partiamo lo stesso, ma è tutto contro di noi: nebbia, vento, freddo (-20°C), tracce coperte e lampade frontali che non funzionano. Al colle a 6.300 mt. le due inglesi rinunciano. Noi ed io in particolare, abbiamo paura di perderci per la scarsa visibilità.Stiamo quasi per rinunciare, perdersi a questa quota e con queste condizioni, sarebbe drammatico.

Poi di comune accordo, giochiamo la nostra ultima carta. Cominciamo a segnare il percorso con tutto quello che non ci serve: zaini, bastoncini, fittoni, chiodi da ghiaccio ed altro ancora, poi, tutto d'un tratto, ci troviamo su una cresta pianeggiante, ed è la vetta! Che dura!

Quasi per miracolo, l'ennesimo colpo di vento, che valutiamo essere a più di 100 Km/h, squarcia le nuvole e ci lascia vedere in quale ambiente magnifico siamo arrivati, che gioia!!!
v Dopo questa dura prova, ci concediamo alcuni giorni di turismo "normale" visitando le rovine di Thiwanaco, poi Copacabana ed il Titicaca, più alto lago navigabile al mondo a 3.800 mt.

Così ci restano ancora pochi giorni ed io, che non so resistere al richiamo dei monti, convinco i miei compagni a salire ancora il Hayana Potosi (6.088 mt.).Il 3 agosto alle 8.30, siamo in vetta per la via diretta (45-50°). Bella montagna anche se molto più frequentata delle altre. Alle 18.00 dello stesso giorno, ci troviamo sopra La Paz ad Alto, regalo a José le mie scarpe da ginnastica e poi si congeda da noi con un abbraccio commovente.

Tre giorni più tardi siamo a casa con un caldo torrido, con qualche chilo di meno e con gli acciacchi del post spedizione, ma con la convinzione che ne è valsa proprio la pena.

Marco Tossutti

Bolivia4 Il Nevado Condoriri (5650 m)
Sulla cima del Pequeno Alpamajo (5400 m)
Tox e Miro sulla cresta del Condoriri
... ed in vetta
La cresta del Hayana Potosi
Il Hayana Potosi (6088 m)